lunedì 17 marzo 2014

Un dono speciale per la Madonna




Olga Galeone


Il consiglio di amministrazione dell'Arciconfraternita del Carmine è in procinto di acquistare una nuova parrucca per la nostra amata statua della Madonna Addolorata, nel contesto delle consuete opere di manutenzione dei beni. Questa statua, come anche quella di Gesù Morto, fu donata dal nobile Francesco Antonio Calò alla confraternita nel 1765; infatti a partire da quest'anno stiamo festeggiando il duecento cinquantesimo anniversario della donazione che diede inizio alla processione dei Misteri. "250 anni ma non li dimostrano" si potrebbe dire ed il merito va certamente ai tanti amministratori della confraternita che nel tempo hanno saputo prendersi cura dei simboli della processione dal valore inestimabile. 

Esistono in commercio vari tipi di parrucche, da quelle di capelli sintetici o semisintetici, che imitano la struttura del capello naturale, a quelle di capelli veri, più costose ma decisamente più realistiche ed adatte ad ornare il capo prezioso della Vergine Addolorata. Il priore Cav. Antonello Papalia ha voluto rendere speciale un momento di normale amministrazione chiedendo a noi consorelle di raccogliere i fondi necessari per ordinare la nuova parrucca, sia con donazioni personali, sia con una vendita di beneficenza di dolci preparati dalle stesse. Le offerte sono state assolutamente libere poiché non si è trattato di una questione di denaro, ma di semplici donazioni di devote. La volontà del priore, sempre attento e sensibile ai desideri e alle esigenze della rappresentanza femminile nella congrega, era di coinvolgere il maggior numero possibile di consorelle affinché in tante avessero l'onore di offrire un dono particolare alla Madre Celeste, che contribuirà a renderla ancora più bella. 

Nei Vangeli non ci sono descrizioni del volto della Vergine, nonostante ciò non si può non essere d'accordo con don Tonino Bello quando scrive nel testo "Maria, Donna dei giorni nostri" (Ed. San Paolo): "Maria doveva essere bellissima", intendendo la sua bellezza corporea, non solo quella della sua anima. Don Tonino ne trova conferma nel termine greco Kecharitoméne con il quale l'Angelo Gabriele si rivolge alla giovane Maria per annunciarle la nascita del Figlio di Dio. La traduzione nota è "piena di Grazia", ma don Tonino sottolinea che si potrebbe anche renderlo senza forzature con "graziosissima", in riferimento al suo aspetto fisico. D'altronde, la Grazia viene spesso indicata nella Bibbia come una cosa gradita, bella, amabile. 

Il primo a parlare della bellezza di Maria fu Paolo VI in un discorso del 1975 in cui la definì "vestita di sole, nella quale i raggi purissimi delle bellezza umana si incontrano con quelli sovraumani, ma accessibili, della bellezza soprannaturale". L'iconografia cristiana ha sempre dipinto la Vergine Maria come una donna magnifica, dove la bellezza esteriore riflette quella interiore. Lo scultore della nostra statua dell'Addolorata ci presenta un volto sofferente, sul quale i segni del pianto sono evidenti, con lo sguardo perso nel vuoto, quasi a dirci che tutto è compiuto e la disperazione ha lasciato spazio alla rassegnazione. Eppure, è ancora un volto bellissimo, il cuore trafitto riesce ancora a sprigionare un immenso amore materno che la rende dolcissima e splendida. Quando l'immagine dell'Addolorata varca la soglia della chiesa del Carmine la sera del Venerdì Santo tutti gli occhi sono rivolti a Lei, la mamma che piange il figlio in croce e che sentiamo vicina nella sofferenza umana, in una sorta di comprensione empatica. Il suo splendore resta intatto nel dolore, la sua bellezza immutata.

Il prossimo Venerdì Santo le consorelle che hanno partecipato all'acquisto dei capelli della Madonna Addolorata senza dubbio si sentiranno ancora più vicine a Lei, grazie ad un ulteriore motivo di aggregazione ed unione nell'amore verso la Vergine.


venerdì 14 marzo 2014

Con gli occhi di un bambino

Luca Bucci 

Nato e cresciuto nelle vie del centro dove si alternano rumori della città ed un dialetto appena accennato;
Sono i giorni che precedono la Santa Pasqua ed io, un bambino di poco più di 4 anni, chiedo, faccio domande, voglio sapere...conoscere il mondo che mi circonda. Così, mano nella mano a mio padre, ignaro di un'altra delle infinite sorprese che mi riservava, percorro felice le vie del centro, sempre più gremite di persone, di chiacchiericcio, di rumore ma di profondo silenzio...dove andiamo? Dove mi stai portando? Cosa andiamo a vedere?
La sua risposta...il solito magnifico sorriso rassicurante.

In men che non si dica mi trovo sovrastato da gente curiosa che non fa passare; ma io sono piccolo ed il mio papà chiede la solita cortesia "mi fa passare avanti il bambino?". Così, emozionato ed incuriosito mi faccio largo tra gli adulti e mi trovo davanti loro..."le perdúne", uno di loro due gira lo sguardo e mi fissa per un attimo da quei piccolissimi buchi.

La prima reazione? Impaurito corro via; lontano da quel qualcosa di inaspettato che non capivo, che nessuno mai mi aveva spiegato, nemmeno accennato. Con la testa di un bambino giuro a me stesso che mai più mi sarei avvicinato a quella cosa così strana; ma come sempre accade in tutti i rapporti d'amore, il cuore desidera tutt'altro. È passato qualche anno, ormai adolescente, invogliato dalla curiosità degli amici e come se una dolce e soave voce mi chiamasse, mi avvicino sempre di più a quelle ormai famose processioni dei Riti della Settimana Santa. Non è più solo curiosità ormai, non è la voglia di passare una notte fuori di casa nonostante la giovane età, è più un richiamo, quella dolce e soave voce della Madre che è come se mi chiedesse: "Vivi con me la Passione".
Così, tutto il mio corpo, i miei sensi, si sono uniti a quella Passione; il lento incedere dei confratelli penitenti, uniti anonimamente l'uno all'altro, chiusi in preghiera, stretti nei pensieri, accompagnati nel loro tipico andamento "a nazzecáte" dalle dolci, intense ma strazianti note delle marcie funebri eseguite dalle bande. Quelle statue, quelle bellissime statue portate a spalla da confratelli stanchi ma fieri; il volto così straordinariamente vero ed espressivo del Cristo con gli occhi rivolti al Padre del quale non ha mai perso la fiducia. Il silenzio della notte rotto dal crepitio della troccola, quel canto di richiamo che gli inconsapevoli chiamano rumore; e procedendo verso il fondo ancora una nuova immagine della processione...il Cristo Morto.

Il corpo seminudo e adagiato su dei cuscini, coperto da quel velo che lascia trasparire il senso di abbandono; e dietro di Lui, il volto triste, addolorato, affranto di Sua Madre...della Nostra Madre. Inevitabile che un turbinio di emozioni pervada il mio corpo e quel brivido che ti fa comprendere fino in fondo del perchè di quel richiamo "Vivi con me la Passione". Davvero non esistono parole per descrivere cosa si possa provare dinanzi a quel dolore che è il dolore di tutte quelle madri che devono piangere la perdita di un figlio; dentro quegli occhi la sofferenza di chi ancora oggi non può rassegnarsi.

Oggi, ormai grande e maturato nello spirito attraverso la preghiera e la vicinanza a Lui, mi accingo a vestire quell'abito di rito che racchiude in sé la storia, la grandezza ma anche le sofferenze e le richieste di ogni singolo confratello dall'anima incappucciata e se Dio vorrà sarò pronto a vivere quelle stesse emozioni come una volta...con gli occhi di un bambino!

giovedì 13 marzo 2014

La processione dei Misteri: dalla "rappresentazione" sincronica a quella diacronica

Giovanni Schinaia


La processione dei Misteri tarantina ha inizio in un anno imprecisato alla fine del XVII secolo. Altri propendono per una data seriore, spostandone l’inizio ai primissimi anni del ‘700. Si trattava di una processione “privata”: l’iniziativa di un fedele, Diego Calò che, a proprie spese, aveva fatto realizzare le statue di Gesù Morto e dell’Addolorata. Nelle ore serali del Venerdì Santo, nello spazio temporale in cui, da sempre, è proibita ogni liturgia, probabilmente dallo stesso palazzo Calò, nei pressi della chiesa di San Michele in Città Vecchia, aveva inizio la processione alla quale il nobile tarantino, provvedeva ad invitare più Confraternite cittadine. Così fino al 1765 quando un pronipote di Diego, Francescantonio Calò decise di fare dono alla Confraternita del Carmine delle due statue e con esse, di affidare a quel sodalizio l’onore e l’onere di organizzare la processione del Venerdì Santo. Ricevute in dono le due statue, la Confraternita del Carmine provvide, in un tempo relativamente breve, ad aggiungerne altre sei, fino alle otto attuali.

Foto Naldi Schinaia
Non deve sfuggirci la portata storica e ideologica della scelta operata dagli amministratori dell’epoca. Di fatto, l’aggiunta di 6 simulacri non fu un fatto solamente “tecnico”, o dettato da motivi estetici, o pratici. La processione originaria, composta com’era dalle sole statue del Cristo Morto e della Vergine Addolorata, non era diversa da una processione funebre, un funerale solenne in strada, il funerale di Gesù appunto, col feretro, il clero, e i parenti a seguire il feretro, nel nostro caso l’Addolorata e i fedeli in preghiera. La processione fotografava idealmente, e riproduceva, trasfigurandola secondo i canoni estetici e liturgici del tempo, la scena della deposizione del corpo esanime di Cristo nel Sepolcro. Possiamo allora dire che la processione aveva all’epoca una natura “sincronica” o statica

L’aggiunta delle altre statue trasforma di fatto la natura della processione tarantina, da sincronica e statica in diacronica e dinamica. Quello che viene portato in strada non è più allora il funerale di Cristo, ma di fatto, una Via Crucis, una sacra rappresentazione degli ultimi momenti della vita del Redentore. Se il Calò aveva pensato di portare in strada un’immagine a edificazione del popolo cristiano, la Confraternita si spinge molto oltre: la sua processione non è più la sacra rappresentazione della traslazione del corpo del Signore al Santo Sepolcro, bensì un racconto al popolo, per il popolo, un racconto “storico” delle ultime ore di vita terrena di Gesù, mediante il linguaggio delle immagini, e il racconto “catechetico” della “Compassio Domini” ottenuta invece col linguaggio della penitenza da parte dei Confratelli scalzi e incappucciati.

Non sappiamo se in questa scelta gli amministratori dell’epoca furono consigliati magari da ecclesiastici, o piuttosto furono animati da quel sensus fidei che ha sempre costituito l’elemento più caratterizzante dell’identità del nostro popolo. In ogni caso quegli amministratori si dimostrarono spiriti lungimiranti e sapienti nello scegliere quali episodi raffigurare, e pur potendo pescare fra le tante scene della tradizione apocrifa di sicura presa emotiva nel popolino, si orientarono su scene rigorosamente evangeliche: l’agonia di Gesù nel Getsemani, la flagellazione, l’umiliazione della coronazione di spine e dell’Ecce Homo, la salita al Calvario, la Crocifissione. In definitiva i 5 misteri dolorosi del Santo Rosario, quella che per eccellenza è la pratica di pietà popolare più diffusa e amata nell’Orbe cristiano.

Ecco la processione dei Misteri: i Misteri dolorosi. A ben vedere è solo da questo momento che si può parlare di “processione dei Sacri Misteri”, da quando cioè a sfilare per le strade di quella vecchia Taranto non fu più la rappresentazione “sincronica” di una processione funebre, ma quella “diacronica” dei Misteri di fede legati agli ultimi momenti della vita terrena del Signore.

mercoledì 12 marzo 2014

La Colonna della Fede



Antonello Battista

La seconda statua della processione dei Misteri, “La Colonna” è forse artisticamente ed emozionalmente una delle più amate non solo dai Confratelli, ma da tutti i Tarantini. In effetti, se si facesse una selezione tra le tre statue del Manzo, “La Colonna” dal punto di vista plastico avrebbe degli elementi di pregio in più rispetto agli altri “due fratelli”, per tensione emotiva che trasmette la torsione del corpo del Cristo in attesa del colpo del flagello e per la compassione che smove lo sguardo di Nostro Signore rivolto al suo presumibile aguzzino, ma che nel cuore di ognuno è diretto alla propria anima gravata dal peso del peccato. 

Potrei risultare banale e un po’scontato se usassi l’abusata massima del “….non tutti sanno che….” , ma in effetti non è molto conosciuto un particolare del simulacro che gli conferisce ancor più prestigio e valore. Ovviamente tutte queste mie informazioni sono state ricavate dalle inestimabili opere di Nicola Caputo e per un attento approfondimento su questa statua e le altre della processione dei Misteri ,consiglio di consultare i lavori: “Settimana Santa nascosta”, “L’anima incappucciata” e “Quei tre fratelli di nome Gesù”. L’elemento particolare in questione è proprio la colonna alla quale è legato Gesù, che è la perfetta riproduzione della “Colonna della flagellazione” conservata nella Basilica di Santa Prassede a Roma.
La Colonna in "Santa Prassede" a Roma 

La suddetta colonna è custodita in una piccolissima cappella a destra del saccello di San Zenone, è alta circa 63 cm con un diametro del fusto variabile, la base misura 40 cm per passare ai 13 della parte centrale e 20 della sommità. È di granito a venature bianche con cristalli neri oblunghi. Fu portata a Roma da Gerusalemme nel 1223 dal Cardinale Giovanni Colonna, condottiero della sesta Crociata, che la fece collocare nella Basilica di cui era titolare, proprio nel saccello di San Zenone; nel 1699 Mons. Ciriaco Lanzetta, uditore della Rota, la fece traslare nel luogo attuale. La tradizione vuole che si tratti della vera colonna alla quale fu flagellato il Cristo e con questa denominazione viene venerata, anche se storici e studiosi avanzano qualche perplessità circa la datazione e l’autenticità. In primo luogo per le dimensioni, 63 cm sono oggettivamente troppo pochi per le proporzioni umane, infatti anche nel nostro simulacro, proporzionalmente la colonna non arriva nemmeno al fianco del Cristo, in secondo luogo per la forma, un po’ inusuale e forse un po’ troppo forbita per uno strumento di tortura, tanto che si è fatta l’ipotesi potesse trattarsi di un basamento di un tavolo. Ma tutto ciò alla Fede poco importa e nei secoli si è continuato a venerare questa reliquia un motivo ci sarà, poiché al Cristiano non interessa la fisicità di un oggetto ma ciò che rappresenta e la sua forza evocativa nella preghiera. 


Questo particolare riferimento nel simulacro della processione dei Misteri alla “Colonna di Santa Prassede”, fu fortemente voluto nel 1900 dal priore del tempo Angelo Caminiti che commissionò le tre statue in sostituzione delle antiche: Colonna, Ecce Homo e Cascata, raccomandando al Manzo la perfetta riproduzione della reliquia della colonna e la postura con le mani legate dietro la schiena, nonché la corona di spine sul capo di Gesù. Questi elementi, seppur impropri, presenti nell’iconografia del simulacro, aumentano la sua unicità. Nello specifico infatti, come già riportato, la colonna parrebbe troppo piccola in proporzione al corpo di Gesù, inoltre le mani legate dietro la schiena sono inusuali, giacchè era consuetudine presso i Romani legare il condannato con le mani rivolte in avanti ad abbracciare la colonna, porgendo la nuda schiena al flagellatore. In ultimo la corona di spine secondo i vangeli di Matteo, Marco e Giovanni fu posta dai soldati sul capo del Cristo solo dopo la flagellazione, quando fu vestito di porpora. Non si conosce ancora il motivo di questa decisione di inserire queste singolarità nella raffigurazione del Cristo legato alla colonna, volontariamente assunta dal priore Caminiti, ma credo a mio parere che sia meglio non conoscerlo, perché un alone di mistero su questo meraviglioso simulacro, gli conferisce il senso del sacro proprio delle cose intrinseche al mistero della Fede, che aumentano nei fedeli la preghiera ed avvicinano al Signore anche coloro i quali si sentono più lontani da lui e se ciò avviene, noi Confratelli con la nostra pietà popolare abbiamo colto nel segno la missione del nostro carisma.

martedì 11 marzo 2014

La Liturgia Stazionale del 7 marzo 2014


Luigi Secondo

Ormai da qualche giorno siamo entranti definitivamente nel periodo che per tutti noi è sicuramente quello più atteso: La Quaresima.

Dopo le Solenni Quarantore e la tradizionale messa del Mercoledì delle Ceneri, siamo stati protagonisti e testimoni di un avvenimento da definire “storico”.

Venerdi 7 marzo si è svolta la prima Liturgia Stazionale con le parrocchie della Vicaria, durante la quale, come in una Via Crucis per le vie del Borgo, è stato portato in processione il Maestoso Crocifisso che proprio in questo periodo vediamo campeggiare sul drappo, finemente parato, sull’altare maggiore della nostra Chiesa. 

Il Crocifisso è stato adagiato su di un telaio in ferro, completamente realizzato da un artigiano tarantino, su progetto del nostro Priore e dei suoi collaboratori che, con cura, l’hanno preparato per questa emozionante Cerimonia.

Si, “emozionante”, perché non vi può essere alcun altro aggettivo con cui definire una Liturgia eccellente in tutte le sue parti e che neanche la pioggia è riuscita a rovinare; i numerosi fedeli accorsi anche sotto il cattivo tempo sono rimasti vicino a quel magnifico Crocifisso, con un senso di piena appartenenza e di devozione, come incantati da quella statua che mai aveva attraversato le vie del nostro Borgo; e forse, proprio quella devozione ha liberato il cielo dando modo di terminare le meditazioni e le preghiere con un tempo più sereno.
L'uscita del Simulacro dalla Chiesa di Sant'Antonio

Il corteo ha avuto inizio alle 17.30 nella Parrocchia di Sant Antonio, dove, Monsignor Carmine Agresta, ha compiuto il primo atto di preghiera e di riflessione, subito dopo la teoria di confratelli e fedeli, uscita dalla chiesa, si è diretta verso la Parrocchia di San Francesco, dove la lettura dei testi è stata svolta da Padre Aldo Imbrogno.
Il simulacro ha percorso poi via di Palma, e, arrivati all’altezza di via Nitti,  la Stazione era affidata alla Parrocchia dell’Addolorata con le letture di Don Amedeo Basile e la conseguente meditazione.
In piazza Maria Immacolata il momento di preghiera è stato curato dal nostro padre spirituale, Monsignor Marco Gerardo, e prima di rientrare nella Chiesa del Carmine, l’ultima Stazione, è stata affidata alla Parrocchia del SS. Crocifisso, il cui momento di preghiera è stato svolto e curato da Padre Antonio Calmieri.

C’è da sottolineare come ad ogni stazione le letture dei testi fossero tratte dal Magistero di Monsignor Filippo Santoro.
La Processione su Via D'Aquino

E proprio il nostro Arcivescovo ha voluto salutare e benedire l’intera folla presente in Processione, infatti alle 20.30, quando ormai il simulacro rientrava nella chiesa del Carmine, Monsignor Filippo, dinanzi al portone della nostra Parrocchia, ha manifestato la sua gioia per essere lì in quel momento, sottolineando come in questo inizio di Quaresima il nostro sguardo debba essere rivolto al centro del Cristo, poiché con la nostra fede e la nostra preghiera il Signore ci viene incontro, facendosi martire e facendosi crocifiggere per nostra salvezza e per l'amore che nutre per tutti noi.

Un immenso ringraziamento va al nostro Arcivescovo, ma un sentito plauso non può non andare al nostro Padre Spirituale, al nostro Priore e all’intero Consiglio di Amministrazione, perché per primi hanno voluto coinvolgere l'intera Vicaria Borgo in questo momento di preghiera, nella speranza che possa diventare una duratura e sentita Tradizione da perpetuare nel tempo.
Il Crocifisso fa rientro nella sua "Casa"

Di seguito l’elenco dei partecipanti alla processione:

Stendardo Arciconfraternita: Luca Bucci


Confratelli in processione:

Andrea D’Arcangelo, Fabio Coppola, Solito Rocco, Luigi Guarino, Fabio Di Pietro, Mirko Mignogna, Carlo Pavese, Pavese Simone, Antonio Casalinuovo, Ruggiero Calabrese, Cosimo Damiano Festoso, Antonello Battista, Edoardo Malknecht, Giovanni Cavallo, Emanuele Albano, Antonio Russo, Augusto L’imperio, Carmelo Ferrara, Angelo De Bartolomeo, Attolino Manuel, Antonio Ludovico.


Consorelle in processione:

Virginia Fornito, Valeria Malknecht, Concetta Lucarella, Maddalena Tamburini, Luciachiara Palumbo


Portatori Crocifisso:

Antonio Montillo, Rosario Conte, Antonio Bavila, Nicola Zaccone, Renato Ingenito, Mirko Di Mitri, Michele Pizzolante, Gianfranco La gioia, Silvano Catalano, Raffaele Annichiarico, Angelo Pignatelli, Francesco Portulano, Francesco Leggieri, Andrea Ebraico, Vittorio Montervino, Domenico Francischiello.

lunedì 10 marzo 2014

Nazzecanne amarcord: gli angeli rappresentano la Via Crucis del Signore

Antonino Russo

Tra i simboli della processione del Venerdì Santo, il “Cristo all’orto” raffigura l’episodio del Vangelo di Luca (22, 43-44), unica testimonianza dell’agonia di Gesù al Getsemani:
“Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra”
Partendo da questa immagine ci spostiamo a quella dell’articolo scritto a Febbraio del 1990 da Emanuele G. Vozza.



GLI ANGELI RAPPRESENTANO “LA VIA CRUCIS” DEL SIGNORE


Camminando per Roma, vicino al Vaticano, ad un tratto si scorge Castel S. Angelo, quindi sul torrione di esso si distingue un Angelo, anzi un Arcangelo, da cui viene la denominazione, in seguito, sia del mausoleo che del ponte, che congiunge le due rive del Tevere.

Secondo una leggenda, un Angelo apparve in questo punto, nell’atto di ringuainare la spada della giustizia, sulla sommità del Castello, nel 590 a papa Gregorio Magno durante una solenne processione. Così, all’apparizione dell’Angelo coincise, poco tempo dopo, con la fine di una spaventosa pestilenza, che allora gravava violentemente su Roma e causava fatalmente tante e tante vittime.

Tuttavia, non è l’Angelo di Castel S. Angelo che si vuole ricordare ma gli Angeli di Ponte Sant’Angelo, sembrano quasi testimoniare a tutti gli uomini, che passano per questa strada “la via Crucis” del Signore.

Così, Giulio Rospigliosi, che fu elevato al soglio pontificio il 20 giugno 1667 con il nome di Clemente XI, fu colto dal desiderio di offrire a Roma, in forma imperitura, la più sacra rappresentazione storica della cristianità.

Allora, l’arista a cui fu demandato l’incarico di realizzare in marmo questa impresa meravigliosa, fu il più grande dell’epoca, Gian Lorenzo Bernini, anche se lo stesso Clemente IX fu a lui vicino, sempre prodigo in quanto a preziosi consigli.

Dunque, la scena si svolge sulle spallette del Ponte S. Angelo, che andrebbe forse più propriamente chiamato il Ponte degli Angeli, con scrupolosa fedeltà al racconto del Vangelo. 
In esse, sui basamenti si vedono i versi, che ricordano le parole profetiche riferite dall’Antico Testamento, mentre al di sopra di essi si levano gli Angeli, che mostrano con gli emblemi evidenti “la via Crucis” del Signore nei suoi momenti cruciali.

Quindi in questa opera meravigliosa di Gian Lorenzo Bernini, gli Angeli diventano quasi degli interpreti splendidi e stupendi, nella rappresentazione della tragedia, che ricordano quotidianamente a tutti gli uomini.
Però la morte improvvisamente colse Clemente IX il 9 Dicembre 1669 senza che potesse vedere realizzato il suo desiderio tanto ambito: ma il suo successore, Clemente X, che portò a compimento il ponte S. Angelo, provvide che rimanesse a sua memoria con una iscrizione evocatrice sopra lo stemma del precedente pontefice.
Dunque, la più sacra rappresentazione storica della cristianità si distende oggi, quasi come una preghiera silenziosa verso il Signore, a distanza di oltre tre secoli, più che mai fulgidamente sotto il cielo terso di Roma.

Dall’ingresso di Ponte S. Angelo, si guardano le due statue dei principi della Chiesa, S. Pietro e S. Paolo, poi con andamento alternato nel percorso, tra destra e sinistra, si scorgono le statue degli Angeli, che sembrano quasi testimoniare “la via Crucis” del Signore.

Quindi, il primo Angelo innalza la colonna della flagellazione, “Tronus meus in columna”, il secondo Angelo considera le corde del flagrum “Flagella paratus sum”, il terzo Angelo conserva la corona di spine, ““In aerumna mea dum configitur spina”.
Poi il quarto Angelo spiega il velo della Veronica, “Respice faciem Christi tui”, il quinto Angelo guarda i dadi da gioco, “Super vestem meam miserunt sortem”.
Poi, il sesto Angelo ricorda i chiodi della crocifissione, “Aspiciant ad me quem confixerunt”, il settimo Angelo contempla il titolo con l’iscrizione I.N.R.I., “Regnavit a ligno Deus”, l’ottavo Angelo rievoca la croce della Redenzione, “Cuius principatus super humerum eius”.
Poi il nono Angelo mostra la canna con la spugna, “Potaverunt me aceto”, il decimo Angelo rialza la lancia con la punta, “Vulnerasti cor meum”.


Allora, le umane creature alate appaiono, splendide e stupende, di una beltade quasi celestiale, con le ricercate vesti sconvolte dalla tempesta della più grande tragedia di ogni luogo e di ogni tempo.
Però, sembrano forse pensare e ricordare e pregare, così da indurre tutti gli uomini che passano per questa strada, anche solamente ad un istante di meditazione.
“Oh! Voi tutti che passate per la via, fermatevi , guardate e considerate se vi è un dolore simile al mio” (Lam. 1,12) 
Emanuele G. Vozza

giovedì 6 marzo 2014

La celebrazione del Mercoledì delle Ceneri

Luca Tegas

Quando si parla di Mercoledì delle Ceneri, si fa riferimento al mercoledì che precede la prima domenica di Quaresima e che sancisce l’inizio stesso della Quaresima. Le Ceneri sono il vero primo momento liturgico del cammino penitenziale che culminerà con la Pasqua di Resurrezione.

Il significato storico e simbolico dell’utilizzo delle ceneri in questo rito è evidenziato dalla Bibbia. I passi più rilevanti sono quelli che evidenziano la condizione precaria e fragile dell’uomo sulla terra simboleggiata proprio dalle ceneri. Un esempio è dato da Abramo, nel libro della Genesi, che rivolgendosi a Dio dice: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere…”. Ma non solo, le ceneri simboleggiano anche la volontà di colui che si pente dei propri peccati e decide di intraprendere un nuovo cammino di fede verso il Signore. Anche in questo caso i riferimenti biblici permettono di intrepretare al meglio la simbologia, infatti nel Libro di Giona è particolarmente noto l’episodio della conversione della città assira di Ninvie. Ninvie era identificata come una città particolarmente sanguinaria e violenta. Una città che malgrado la sua apparente invincibilità, non si sarebbe sottratta al giudizio divino che, secondo le profezie, sarebbe stato particolarmente severo. Quando Giona rende pubblica la profezia, l’intero popolo decide di convertirsi e pentirsi: "I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere".


Da un lato dunque la cenere evidenzia la condizione precaria della vita terrena, dall’altra simboleggia in maniera eloquente la volontà del cristiano di pentirsi e avviarsi ad un rinnovato cammino di fede.

La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: "Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai" e "Convertitevi, e credete al Vangelo".

Anche se nella nostra confraternita e nella nostra chiesa l’aria di Quaresima ha iniziato a diffondersi nell’aria con le Solenni Quarant’ore, è la sera di mercoledì 5 marzo che è ufficialmente iniziato il cammino verso la Santa Pasqua.

La celebrazione del mercoledì delle ceneri è iniziata poco più tardi delle 18:30 presso l’Istituto Maria Immacolata, da dove Mons. Marco Gerardo ha guidato la processione dei fedeli verso la chiesa del Carmine. In chiesa, ad attendere il corteo di fedeli, il Vicario Generale del Vescovo Don Alessandro Greco, che ha onorato l’intera comunità della sua presenza.

La celebrazione eucaristica è interamente incentrata sul pentimento e sulla riconciliazione con il Padre.

La Prima Lettura, (Gl 2,12-18) tratta dal libro del profeta Gioele, ci esorta ad un pentimento intimo e vero: “Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio,…”.

Nella Seconda Lettura (2 Cor 5,20-6,2) San Paolo apostolo, rivolgendosi ai Corinzi, gli (e ci) esorta alla riconciliazione con Dio e a non accogliere invano la grazia di Dio: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!”.

Ma è nel Vangelo di Matteo (Mt 6,1-6.16-18) che l’esortazione al cammino quaresimale è vivo e forte. Ed è su questa esortazione che Don Alessandro Greco ha caratterizzato la sua omelia. “Nella quaresima prendiamo in mano la nostra vita cristiana”, sottolinea, “è in questo tempo che possiamo sconfiggere le debolezze quotidiane che ci allontanano dal Signore”.

È nostro dovere condurre una Quaresima accompagnata e intrisa dei valori della carità, della penitenza e del digiuno, dando vita ad una conversione, non intesa come conversione da una religione ad un’altra, ma all’interno della nostra vita cristiana, migliorando la qualità della stessa. La conversione va ricercata nella preghiera, nella penitenza, nel digiuno. Ma mai ostentando questo cammino. La penitenza deve essere silenziosa ed intima, tale da essere nota solo al Padre. Gesù ricorda ai suoi discepoli “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli…”.


Al termine dell’omelia sono state benedette le ceneri, per poi essere cosparse sul capo di tutti i fedeli.

Da questo momento e per tutto il periodo quaresimale, ognuno di noi ha un impegno forte nei confronti del Padre e della propria vita cristiana. L’attesa è terminata e ci apprestiamo a vivere questo tempo a noi caro. Un tempo in cui la preghiera e la penitenza devono rivestire un ruolo importante nelle nostre giornate. Quella stessa preghiera e penitenza che durante la Settimana Santa praticheremo anonimamente e silenziosamente, nascosti dietro ad un cappuccio e ad una mozzetta.



Decor Carmeli
Copyright © 2014 Alessandro Della Queva prove