domenica 8 giugno 2014

“La povertà di comunione è lo scandalo più grande…” - Le parole di Papa Francesco

Antonello Battista 

La bontà e l’umanità di Papa Francesco hanno conquistato il cuore di tutti i cattolici e del mondo intero, le sue parole sono sempre fonte di speranza e di riconciliazione con la buona novella del Signore.

Le parole pronunciate dal Papa lo scorso 19 Maggio, in occasione dell’apertura dei lavori dell’assemblea della CEI, oltre ad essere un avvenimento insolito, poiché è stato il Pontefice stesso a preparare il discorso d’apertura, sono state simbolicamente l’emblema dell’umiltà del Santo Padre, vescovo tra i vescovi, pastore tra i pastori. Sin dall’inizio del suo pontificato, Papa Francesco ha sottolineato la funzione pastorale del suo ministero, presentandosi a tutto il mondo dalla loggia centrale di S. Pietro, come il vescovo di Roma venuto dall’altra parte del mondo e quindi questa sua prolusione all’annuale assemblea dei suoi fratelli pastori italiani, è un gesto che ancor di più mette in evidenza il suo episcopato romano.

Il Santo Padre per l’occasione ha esortato la Chiesa a fuggire le divisioni ed a sentirsi corpo unico in Cristo unica via e meta della sua missione evangelizzatrice. Francesco ha per l’appunto affermato:

"La povertà di comunione è lo scandalo più grande. La divisione deturpa il volto della Chiesa…. Come pastori dobbiamo fuggire la tentazione, la gestione personalistica del tempo, le chiacchiere che diventano bugie, la durezza di chi giudica...il rodersi della gelosia, l'invidia. Quanto è vuoto il cielo di chi è ossessionato da se stesso", il Papa ha anche esortato i fratelli ad fuggire il "ripiegamento di chi va cercare nel passato le certezze perdute ", e ancora, l'atteggiamento di chi "vorrebbe difendere l'unità umiliando la diversità".

Queste parole proferite di fronte ai vescovi, ma rivolte a tutti noi, non possono restare inascoltate da noi cristiani e soprattutto da noi confratelli, membra vive del corpo laico della Chiesa, poiché sono da sempre state le divisioni la causa di tutti gli eventi più nefasti per la Chiesa Cattolica e per le nostre comunità laicali. È nella divisione che il demonio pianta il suo seme e induce l’uomo al peccato, alla discordia col fratello, al risentimento e finanche alla lotta ed al litigio.

Un cristiano, soprattutto se rappresentante delle istituzioni ecclesiastiche non può volere il male del fratello, ma deve vedere sempre nel suo volto, quello del Cristo, non può preferire il ritorno personale al bene delle Chiesa, unica erede del messaggio di salvezza lasciatoci da nostro Signore Gesù Cristo.

Le parole del Papa ma soprattutto il suo esempio sono sempre più per tutti noi cattolici, motivo di vera gioia e rivalsa per i più umili, riportati di nuovo al centro della missione della Chiesa su questa terra, tutto ciò non dovremmo mai dimenticarlo; il Papa non smette mai di ripetere che al centro della nostra vita deve esserci il Vangelo, ed il Vangelo è Cristo, e Cristo è nei poveri e nei più deboli, il resto è solo un paradosso e noi dovremmo scrollarci di dosso tutto ciò che non ci porta alla vera vita in Cristo ed alla sua contemplazione

giovedì 5 giugno 2014

Giornata inaugurale torneo "Maria SS del Monte Carmelo" edizione 2014

Salvatore Pace


Davanti ad un pubblico numeroso, festoso e partecipante, mercoledì 4 giugno ha preso il via, presso i campi della NEW FARO SPORT a San Vito, l'edizione 2014 del consueto torneo "Maria SS del Monte Carmelo".

Alle 20.30 il simbolico calcio d'inizio della manifestazione è stato dato dal Priore che, dopo la preghiera alla Beata Vergine, ha "catechizzato" i partecipanti tutti, chiedendo rispetto e fratellanza anche nell'agonismo che, seppur non deve mancare, deve rimanere ristretto nei canoni di correttezza e decoro che fanno parte della nostro Sodalizio, anche su un campo erboso.

Il meritato plauso del Priore è andato agli organizzatori del torneo i cerimonieri Fernando Conte ed Antonio Quazzico, instancabili, presenti ed attenti in ogni fase da quella organizzativa a quella logistica, il grazie di tutto il Sodalizio va a loro.

Il primo incontro, che ha visto contrapposte la compagine "Addolorata" del mister Lanzalonga e quella "Decor" del mister D'andria è terminato sul punteggio di 2 a 0 per gli "all blacks" di Lanzalonga e del presidente onorario Saracino, che ha spronato e incitato i suoi uomini non risparmiandosi neanche un secondo.

Le marcature, entrambe del confratello Michele Albano, sono giunte nella ripresa dopo un primo tempo equilibrato e combattuto in cui il direttore di gara ha avuto il suo bel da fare.

Il secondo match ha visto contrapposte la squadra "Troccola" del coach Francischiello e quella "Serrachiese" del mister Bergami, veterano dei campi di calcio, allenatore di provata esperienza.

La maturità del modulo tattico dei verdi "Serrachiese" ha infatti, alla lunga, avuto la meglio sulla giovane compagine della "Troccola", 4 a 2 il punteggio, maturato negli ultimi minuti della ripresa dopo un 2 a 2 combattuto per quasi tutto l'incontro.

Per la "Troccola" doppietta di Bruno che nel primo tempo portava la sua formazione per due volte in vantaggio dopo il momentaneo pareggio di Magno, nel secondo tempo i verdi di Bergami dilagavano con i gol di Maffeo e di Magno che, quasi a tempo scaduto, siglava la sua tripletta personale per il definitivo 4 a 2 .

La settimana prossima sarà la volta della squadra dei novizi che questo turno ha osservato il torneo dall'esterno per la sua giornata di riposo. 


Una bella serata di sport per l'inizio del nostro torneo.

Foto: Davide D'andria 

mercoledì 4 giugno 2014

Ave verum Corpus!

Valeria Malknecht
Dall'Oratorio Quaresimale del 12/4/2014

« Ave, o vero corpo, nato da Maria Vergine, che veramente patì e fu immolato sulla croce per l'uomo, dal cui fianco squarciato sgorgarono acqua e sangue: fa' che noi possiamo gustarti nella prova suprema della morte. O Gesù dolce, o Gesù pio, o Gesù figlio di Maria. Pietà di me. Amen. » 


Forse non ci facciamo più caso, perchè compiere questo gesto fa parte ormai dei nostri gesti quotidiani, ma quando desideriamo pregare, ovunque noi siamo, la prima cosa che ci viene in mente di fare è il segno della croce. Allo stesso modo, quando entriamo in una Chiesa ci viene quasi spontaneo individuare dove è posto il tabernacolo per genufletterci o chinare il capo nella sua direzione. Il segno della croce e la genuflessione sono i gesti con i quali esprimiamo il nostro saluto al Signore; sono proprio la materializzazione di quelle così semplici quanto belle parole con cui inizia il brano di Mozart che fra poco ascolteremo: “Ave o vero corpo”. E se siamo attenti, ci accorgiamo che quest’incipit è molto simile a quello della preghiera con cui ci rivolgiamo a Maria “Ave o Maria”.

Questa volta, però, il nostro gesto e le nostre parole di saluto sono rivolte a Gesù, presente e vivo in mezzo a noi sempre, in ogni momento, attraverso il Sacramento dell’Eucarestia.
A volte ci facciamo “distrarre” dalle statue, dalla bellezza architettonica di una chiesa, da come è fatto l’altare o dalla maestosità dell’organo…ma questi mattoni, questi marmi e questi tappeti altro non sono che i custodi materiali di quel SS. Sacramento.
I custodi veri e propri di questo mistero, però, siamo noi. Noi che ci muoviamo in adorazione verso di Lui e lo contempliamo.
E specie in questi giorni così prossimi alla Nostra amata Settimana Santa, non possiamo correre il rischio di spostare l’attenzione su altro.

Non a caso il pellegrinaggio dei nostri confratelli verso gli altari della reposizione, meglio conosciuti come Sepolcri che Giovedì prossimo troveremo allestiti in ogni chiesa, ci ricorderà che Settimana Santa significa anche adorare il SS. Sacramento. Ci ricorderà che quel cammino a piedi scalzi, a volto coperto e con un bordone in mano simboleggia il percorso di fede del pellegrino penitente e che vedrà la meta del suo viaggio nell’adorazione dell’eucarestia. È il fulcro del nostro credo, punto di partenza e di arrivo delle nostre richieste di aiuto e dei nostri grazie. Il mistero dell’incarnazione trova il suo completamento nel mistero dell’eucarestia. E l’anello che li congiunge è la Passione di Gesù.

“… veramente patì e fu immolato sulla croce per l'uomo…”.

Gesù si fa dono sulla croce per noi: siamo noi la causa dei suoi flagelli e del dolore procurato da quelle spine. Siamo noi il peso del legno della croce che porta sulle sue spalle. Siamo noi la causa, infine, delle lacrime di Maria. Eppure siamo amati a tal punto che Gesù da quella stessa croce ci considera addirittura suoi fratelli tanto da donarci sua madre “… ecco tua madre … ecco tuo figlio”. Questo tabernacolo è la prova tangibile della promessa che il Signore ci ha fatto di essere sempre con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo. Non stanchiamoci di rivolgere il nostro saluto, il nostro Ave Verum Corpus, al Signore Sacramentato e giovedì prossimo, mentre saremo rapiti dalle caratteristiche movenze dei confratelli, non dimentichiamoci di essere, al loro pari, pellegrini penitenti in rispettosa adorazione e preghiera.


martedì 3 giugno 2014

A Roma con la nostra Madre Addolorata



Antonello Battista 

L’evento era di quelli che capitano una sola volta nella vita, l’attesa e le aspettative erano tante e non sono state disattese. Vedere la Madonna Addolorata della nostra amata Arciconfraternita del Carmine in Piazza San Pietro, lì nel cuore della cristianità, dove la storia dell’umanità è stata fatta da uomini e papi grandiosi, e vederla incoronata dalle mani del Sommo Pontefice forse poteva essere l’evento più importante della mia vita e non volevo mancare.

Tutto è stato memorabile: il viaggio in bus coi confratelli, la condivisione di una nottata di chiacchiere o di pisolini con chi condivide le tue stesse passioni e il tuo carisma di fede; la sensazione di trovarsi tra la maestosità delle mura Leonine e del colonnato del Bernini, ti facevano sentire piccolissimo al cospetto della grandiosità dello scorrere tempo che sembra fermarsi tra quei marmi e quelle colonne che la sapienza infinita di Dio ha creato per mezzo dell’ingegno di artisti dal nome immortale.

Il caldo di una lucentissima mattinata romana, metteva a dura prova la resistenza di tutti noi confratelli e consorelle presenti , ma ad un tratto quasi come un’apparizione Lei è comparsa alla nostra sinistra uscendo dall’arco delle campane e costeggiando la parte iniziale del colonnato. Un nodo alla gola mi ha strozzato il respiro, quel dolce profilo nero che riconoscerei da chilometri di distanza, si apprestava a salire il sagrato del luogo dove le anime di tutti i cattolici si affollano per farsi Chiesa regale di Cristo, testimoni del suo Vangelo. Le spalle dei portatori erano rese forti dall’orgoglio di tutti noi per la dignità della scelta degli sdanghieri e delle forcelle ed il decoro col quale a “mezzo passetto” procedevano verso la Basilica facendoci sentire tutti lì sotto con loro, le nostre preghiere li sostenevano, i nostri pensieri erano tutti per Lei, il suo velo svolazzante sembrava accoglierci tutti sotto il suo materno manto d’amore. 

Una fierezza mai provata mi ha smosso il petto, gli occhi brillavano dall’emozione, la sensazione di appartenenza alla congrega traspariva dal mio sguardo fisso su quella sagoma ormai di spalle che percorreva gli ultimi metri del sagrato. Infine il sorriso immenso di Papa Francesco, che poco dopo la sistemazione del simulacro della Vergine dietro il palco riservato al Santo Padre, ha irradiato i cuori di tutti i presenti, ha reso praticamente perfetta una giornata che se dapprima appariva come memorabile, ora diventava sempre più indelebile in ogni angolo della memoria.

La valenza campale di quest’evento ha sublimato la stessa storia della nostra Arciconfraternita, i 250 anni della donazione delle due statue storiche di Gesù Morto e dell’Addolorata, non sono un traguardo, ma solo una tappa del nostro cammino, che tutti noi confratelli e consorelle desideriamo possa essere sempre più costellato di esperienze straordinarie come questa, a maggior gloria del nome della nostra congrega e della Beate Vergine del Carmelo.

Un sincero ringraziamento va in conclusione, al nostro Priore Antonello Papalia ed al Padre Spirituale mons. Marco Gerardo ed uno ad uno, a tutti i loro collaboratori che col loro lavoro e la loro costanza hanno potuto donarci la gioia di aver assistito ad un evento forse irripetibile che niente e nessuno potrà cancellare dalla nostra memoria e dagli annali della storia della nostra città.

La forza dei sentimenti

Luca Bucci 



Capita che una domenica pomeriggio sei seduto sul divano accanto ai tuoi genitori e con il fedele telecomando scorri i canali della tv in maniera distratta, quasi frenetica, fino a quando un’immagine, una scena che conosci già rapisce la tua attenzione; è un film che hai già visto ma che in qualche modo ti ha colpito cosi tanto che decidi di rivederlo…il titolo di questo film è “We are Marshall”.

Narra la storia realmente accaduta, nel novembre del 1970, in cui gran parte della squadra di football della Marshall University muore in seguito ad un incidente aereo.

L’intera cittadina cade in uno sconforto misto a rabbia che la sta portando quasi ad una profonda perdita d’identità fino a quando un coach valoroso, un uomo caparbio decide di ricostruire la squadra nel tentativo di ridonare forza e vigore ad una popolazione ormai spenta e senza speranza al grido di “Noi siamo i Marshall”.

Inutile dire che il finale di questo film è a dir poco emozionante: la squadra completamente rimaneggiata e senza particolari aspettative vince una partita del campionato supportata da quella cittadina che sembrava l’avesse abbandonata.


Non vi nascondo che da inguaribile sensibile quale sono, non ho avuto grandi difficoltà a sentire anche io un nodo stringermi la gola; il pensiero che dalle ceneri avessero avuto il coraggio di risorgere mi ha fatto molto riflettere sull’importanza che ha il cuore nelle azioni di ogni giorno come motore per cambiare le nostre vite.

Cosi mi sono alzato da quel divano con un pensiero fisso nella testa: La forza dei sentimenti.

In realtà, questo che proprio ora mi è accaduto è stata solo la spinta per mettermi al pc e scrivere questo articolo, perché poi, riflettendoci, è già da un po’ di giorni che sento parlare di cuore, sentimenti, coraggio…o forse in fondo è tutta la vita!

L’altro giorno, ho assistito ad uno spettacolo di due cari amici i quali hanno pensato bene di devolvere l’intero ricavato della serata ad un’organizzazione di grande rilievo Medici senza Frontiere e, certamente, è inutile sottolineare quanto cuore ci voglia per pensare a chi ha più bisogno o, come in questo caso, a chi spende la propria vita ad aiutare il prossimo nei posti più angusti della terra.

Proprio uno dei due amici, attore di professione, in un suo pezzo “comico” descriveva l’intero corpo umano soffermandosi con grande ardore proprio sul motore: il cuore; quasi guidati da lui, dalla sua bravura, siamo stati portati a riflettere su di una cosa tanto ovvia quanto poco resa concreta: se ognuno di noi imparasse a fare gran parte delle proprie azioni e delle proprie scelte più col cuore che con la testa vedremmo in giro più sorrisi e meno cattiveria.

Certo, voi che state leggendo, starete pensando: “…e ci voleva lui per capirlo!”

Avete ragione, ha detto una cosa alquanto scontata ma poi pensandoci bene, quante scelte facciamo davvero col cuore in tutta la vita?

Capita poi che sulla tua strada il Signore, che non è mai sordo alle preghiere, a richieste, a desideri, ti ponga dinanzi situazioni e persone delle più diverse, di quelle che forse non ti aspetti più, di quelle che non lo sanno neanche loro che stanno per cambiarti in qualche modo la vita.

Così ti ritrovi accanto l’amico che crede in te, che ha bisogno di te; la ragazza che riesce a guardarti dentro, a scavare a fondo nei tuoi pensieri e decide di costruirsi un posto vicino a te.


Col passar del tempo prendi sempre più consapevolezza di chi ti circonda, di chi ti ama veramente e di cosa queste persone siano disposte a fare per te e non solo per te; scopri infatti che ci sono angeli nell’ombra pronti ad indossare dei guanti o una divisa o più semplicemente un sorriso per affrontare scenari di guerra o magari il reparto di un ospedale pieno zeppo di sofferenza e dolore ma anche di richieste d’aiuto e speranza. Ed è proprio cosi che entrano in scena quelle figure coraggiose pronte, o forse mai davvero, a tendere una mano anche semplicemente accudendo, consolando, promettendo…quanto amore c’è in ogni gesto fatto col cuore?


Vedete, non è solo una questione di fegato o piuttosto di braccia o gambe, tutto ciò potrebbe rimanere immobile se solo non partisse un segnale più profondo, se solo il cervello non lasciasse posto al vero ed unico motore.

Allora io mi chiedo…perché sembra essere cosi difficile agire col cuore? Perché in ogni gesto lasciamo che sia il cervello a dominare se poi i ricordi partono dal cuore? Ebbene si, tutto ciò che produce un ricordo ha origine in quel piccolo ma grande organo pulsante; è solo grazie a quello se il nostro cervello costruisce e lascia una traccia duratura nel tempo.


Forse il tempo, le esperienze, gli insegnamenti, ci hanno portato a diffidare, a guardarci intorno con circospezione, con quel senso di sfiducia e timore d’esser ingannati.


Bè, questa potrebbe essere una delle spiegazioni plausibili ma credo che, ognuno di noi dentro di sé in fondo sappia sempre come agire quando, pur non essendone proprio sicuri, ci si lascia andare, trasportare da quell’onda di entusiasmo o solo di voglia di strappare un sorriso a chi stenta a ricordarlo.


Io, dal canto mio, sento che ci voglio provare; lasciare che sia il cuore a muovere le mie mani e le mie gambe, far in modo che i pensieri negativi lascino il posto alla speranza fino a convincersi che basta un sorriso per ritornare a vivere.

lunedì 2 giugno 2014

Ecologia umana ed ecologia ambientale

Antonino Russo


Stranamente nella nostra amata città, la parola “ambiente” è elemento di divisione più che di coesione, di sospetti e veleni (è proprio il caso di dire) più che di comunione di intenti.

Mi sono chiesto spesso il perché e credo che la risposta sia nelle considerazioni che il Santo Padre, lo scorso anno nell’udienza generale del 5 giugno 2013, ci ha donato proprio su questo tema in occasione della Giornata mondiale dell'ambiente, festività proclamata nel 1972 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite e celebrata ogni anno proprio il 5 giugno.

Il nodo fondamentale è a mio avviso il binomio ecologia ambientale ed ecologia umana.

Riporto, di seguito ed integralmente le parole del Santo Padre, Papa Francesco, evidenziando le frasi che mi hanno più colpito:


PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 5 giugno 2013


“Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi vorrei soffermarmi sulla questione dell’ambiente, come ho avuto già modo di fare in diverse occasioni. Me lo suggerisce anche l’odierna Giornata Mondiale dell’Ambiente, promossa dalle Nazioni Unite, che lancia un forte richiamo alla necessità di eliminare gli sprechi e la distruzione di alimenti.

Quando parliamo di ambiente, del creato, il mio pensiero va alle prime pagine della Bibbia, al Libro della Genesi, dove si afferma che Dio pose l’uomo e la donna sulla terra perché la coltivassero e la custodissero (cfr 2,15). E mi sorgono le domande: Che cosa vuol dire coltivare e custodire la terra? Noi stiamo veramente coltivando e custodendo il creato? Oppure lo stiamo sfruttando e trascurando? Il verbo “coltivare” mi richiama alla mente la cura che l’agricoltore ha per la sua terra perché dia frutto ed esso sia condiviso: quanta attenzione, passione e dedizione! Coltivare e custodire il creato è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti. Benedetto XVI ha ricordato più volte che questo compito affidatoci da Dio Creatore richiede di cogliere il ritmo e la logica della creazione. Noi invece siamo spesso guidati dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non la “custodiamo”, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura. Stiamo perdendo l’atteggiamento dello stupore, della contemplazione, dell’ascolto della creazione; e così non riusciamo più a leggervi quello che Benedetto XVI chiama “il ritmo della storia di amore di Dio con l’uomo”. Perché avviene questo? Perché pensiamo e viviamo in modo orizzontale, ci siamo allontanati da Dio, non leggiamo i suoi segni.

Ma il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale. Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo. La persona umana è in pericolo: questo è certo, la persona umana oggi è in pericolo, ecco l’urgenza dell’ecologia umana! E il pericolo è grave perché la causa del problema non è superficiale, ma profonda: non è solo una questione di economia, ma di etica e di antropologia. La Chiesa lo ha sottolineato più volte; e molti dicono: sì, è giusto, è vero… ma il sistema continua come prima, perché ciò che domina sono le dinamiche di un’economia e di una finanza carenti di etica. Quello che comanda oggi non è l'uomo, è il denaro, il denaro, i soldi comandano. E Dio nostro Padre ha dato il compito di custodire la terra non ai soldi, ma a noi: agli uomini e alle donne. noi abbiamo questo compito! Invece uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la “cultura dello scarto”. Se si rompe un computer è una tragedia, ma la povertà, i bisogni, i drammi di tante persone finiscono per entrare nella normalità. Se una notte di inverno, qui vicino in via Ottaviano, per esempio, muore una persona, quella non è notizia. Se in tante parti del mondo ci sono bambini che non hanno da mangiare, quella non è notizia, sembra normale. Non può essere così! Eppure queste cose entrano nella normalità: che alcune persone senza tetto muoiano di freddo per la strada non fa notizia. Al contrario, un abbassamento di dieci punti nelle borse di alcune città, costituisce una tragedia. Uno che muore non è una notizia, ma se si abbassano di dieci punti le borse è una tragedia! Così le persone vengono scartate, come se fossero rifiuti.

Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano. Questa cultura dello scarto ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancora più deprecabili quando in ogni parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione. Una volta i nostri nonni erano molto attenti a non gettare nulla del cibo avanzato. Il consumismo ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale talvolta non siamo più in grado di dare il giusto valore, che va ben al di là dei meri parametri economici. Ricordiamo bene, però, che il cibo che si butta via è come se venisse rubato dalla mensa di chi è povero, di chi ha fame! Invito tutti a riflettere sul problema della perdita e dello spreco del cibo per individuare vie e modi che, affrontando seriamente tale problematica, siano veicolo di solidarietà e di condivisione con i più bisognosi.

Pochi giorni fa, nella Festa del Corpus Domini, abbiamo letto il racconto del miracolo dei pani: Gesù dà da mangiare alla folla con cinque pani e due pesci. E la conclusione del brano è importante: «Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi avanzati: dodici ceste» (Lc 9,17). Gesù chiede ai discepoli che nulla vada perduto: niente scarti! E c’è questo fatto delle dodici ceste: perché dodici? Che cosa significa? Dodici è il numero delle tribù d’Israele, rappresenta simbolicamente tutto il popolo. E questo ci dice che quando il cibo viene condiviso in modo equo, con solidarietà, nessuno è privo del necessario, ogni comunità può andare incontro ai bisogni dei più poveri. Ecologia umana ed ecologia ambientale camminano insieme.

Vorrei allora che prendessimo tutti il serio impegno di rispettare e custodire il creato, di essere attenti ad ogni persona, di contrastare la cultura dello spreco e dello scarto, per promuovere una cultura della solidarietà e dell’incontro.

Grazie.”

Cosa possiamo fare noi nel concreto? Tanto, davvero tanto.

La nostra Confraternita e la Parrocchia del Carmine, sostenendo la mensa dei poveri, compiono il gesto degli Apostoli che donano pane e pesce alla moltitudine che ascolta Gesù, dimostrandosi attente alle esigenze dei bisognosi.

Anche il progetto del centro di accoglienza notturna voluto da S.E. Arcivescovo con il contributo delle offerte delle nostre gare, va nella direzione di solidarietà citata dal Santo Padre.

Come cittadini dovremmo modificare il nostro stile di vita attraverso un equilibrato utilizzo dei mezzi di trasporto, un etico consumo di cibo, del vestiario e della tecnologia stessa.

Soprattutto tutti noi - classe politica in primis - dovremmo fare un cambio di paradigma passando dal “che me ne importa?” (Sì, l’ho scritto in italiano ma in vernacolo renderebbe di più l’idea) al “ho cura di te”.

Il Santo di Assisi di cui il Papa ha scelto il nome, viene spesso legato ad una idea romantica di bellezza e amore per il creato ma San Francesco è molto di più, è l’alter Christus che si è fatto pane spezzato per il prossimo, in perfetta letizia e in totale coerenza ed equilibrio tra il valore del creato e il valore dell’essere umano: tutti noi dovremmo tenere a mente questi valori inscindibili.

domenica 1 giugno 2014

Il pio esercizio del Rosario


Claudio Capraro

Sono tante le definizioni relative alla preghiera del Santo Rosario: preghiera alla portata di tutti, preghiera della pace, preghiera della famiglia, dolce catena che ci riannoda a Dio. Lunga è la sua storia, precedente al XII secolo quando nasce con la forma di Salterio (avendo come radice quello di David) probabilmente indirizzato maggiormente ai monaci illetterati. Composto inizialmente da 150 Ave Maria, nel XIV sec. viene diviso in 15 decine intramezzate ciascuna da un Pater.

Tanti Pontefici hanno intrecciato la storia del loro papato con il Rosario: da Pio V, che dopo la vittoria dei cristiani contro i mussulmani a Lepanto nel 1572, con la Salvatoris Domini istituì la festa del Rosario, fissata l’anno successivo da Gregorio XIII alla prima domenica di ottobre con la Bolla Monet Apostolus. E poi via via fino a tempi più recenti quando nel 1951 Pio XII con l’Enciclica Ingruentium Malorum sottolineava l’importanza del Rosario in particolar modo per le famiglie. E passando per Giovanni XXIII e Paolo VI fino ad arrivare a Giovanni Paolo II che con la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae del 2002, definiva il Rosario come la contemplazione del volto del Cristo con gli occhi ed il cuore di Maria, o ancora come compendio dello stesso Vangelo e consigliava l’importanza di recitarlo in famiglia, il modo in cui recitarlo e soprattutto a lui si deve l’aver inserito i cinque misteri della Luce che prima non erano presenti. Ultimo in ordine di tempo, Papa Francesco che facendo distribuire le scatole di “Misericordina” invitava tutti a curare il proprio cuore con questa medicina.

La composizione e la recita del Rosario è semplice, e grazie alla sua ripetitività diventa contemplativa. Va recitata con un ritmo tranquillo che possa favorire la meditazione (Giovanni Paolo II). La sua composizione è nota, ma vale la pena ricordare velocemente quali sono i misteri ed in quali giorni vanno recitati: Misteri della gioia (lunedì e sabato): l’Annunciazione, la visita a S. Elisabetta, la nascita di Gesù, la presentazione di Gesù al tempio, Gesù ritrovato nel tempio. Misteri della Luce (giovedì): Battesimo di Gesù, Nozze di Cana, Annuncio del Regno di Dio, Trasfigurazione, istituzione dell’Eucarestia. Misteri del dolore (martedì e venerdì): Gesù nell’ orto degli ulivi, Gesù flagellato, Gesù incoronato di spine; Gesù caricato della Croce; Gesù crocifisso che muore in croce. Misteri della Gloria (mercoledì e domenica): Gesù risorge da morte; Gesù ascende al Cielo; lo Spirito Santo discende sugli apostoli; Assunzione della Vergine Maria; Maria incoronata Regina.

Nella recita del Rosario sono presenti il Pater, la preghiera che ci ha insegnato Gesù; l’Ave, il saluto dell’angelo a Maria ed il Gloria che è lo sviluppo della formula trinitaria pronunciata da Gesù quando invia i discepoli nel mondo. Dopo ogni decina si recita anche la preghiera decima di Fatima (Gesù mio, perdona le nostre colpe…). 

Il Rosario preghiera della famiglia e per la famiglia. Elemento fondamentale di unione familiare la recita tutti insieme del Rosario; padre, madre e figli diventano la trasposizione della Casa di Nazareth, realizzano compiutamente la bellissima definizione di famiglia uguale chiesa domestica contenuta nella Lumen Gentium.

Nel pio esercizio del Rosario il conteggio delle singole decine può essere portato anche con le dita della mano, la preghiera conserva ovviamente il suo valore, ma l’utilizzo della Corona è da considerare fondamentale. Rappresenta appunto quella catena che ci riannoda a Dio; il tenerla tra le mani ci aiuta nella meditazione. I grani che girano tra le nostre dita, mentre recitiamo l’Ave Maria ci aiutano nella contemplazione e alla fine della corona troviamo il Crocifisso. 

La Corona del Rosario elemento immancabile nelle nostre vite come nella borsa di ogni signora; nelle nostre auto annodata sullo specchietto retrovisore e soprattutto nelle nostre case; chi non ricorda a casa dei nonni quelle enormi corone a “capitale” del letto intrecciate su un crocifisso o su una immagine Mariana?

Il Rosario come elemento fondamentale del nostro abito di rito e la devozione sentita verso la Madonna del Rosario sono elementi importantissimi per noi confratelli del Carmine. Sull’altare della cappellina della nostra chiesa, troneggia il quadro della Madonna del Rosario, icona che la prima domenica di ottobre viene portata in processione dai confratelli in abito di rito. Una processione che negli anni ha acquistato sempre più importanza per noi confratelli e per tutta la cittadinanza del borgo umbertino.

La recita del Rosario è, a volte, erroneamente guardata con sospetto: si pensa sia qualcosa di esclusiva pertinenza femminile, magari riservato alle persone anziane, qualcosa che porta via del tempo alla nostra vita indaffarata e di corsa. Non è propriamente vero se accanto all’immagine della vecchina che sintonizza la televisione su TV2000, oggi sono molto diffuse le App dedicate al Rosario e quindi sicuramente indirizzate ad un pubblico più giovane. 

Personalmente sono due i momenti della mia vita nei quali la recita del Rosario ha rappresentato davvero una catena alla quale aggrapparmi: poco più di un anno fa, lontano chilometri da casa e dalle certezze, il pomeriggio mentre i bimbi dormivano, noi genitori ci riunivamo in una stanza dell’istituto delle suore Stimmatine a Kinshasa per recitare il Rosario; era un momento di estrema difficoltà, in attesa dei documenti per poter rientrare in Italia con la figlia tanto attesa e quella mezz’ora insieme era un toccasana. Il secondo momento lo sto vivendo ora, con le difficoltà che sembrano volermi sconfiggere, provando a recitare il Rosario in tre a casa ogni giorno, ma dopo la prima decina mia figlia, Maria Rosaria, ci lascia per i cartoni animati; a quattro anni non è semplicissimo recitare tutta la corona.
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