martedì 7 ottobre 2014

Donaci la pace

Antonello Battista

Il mondo brucia, brucia nelle infernali fiamme della disperazione causate dall’odio e dalla violenza della guerra, brucia a due passi da noi, in Terrasanta e in quel Medioriente che furono oltre che culla della nostra religione, la culla dell’intera umanità. Non può lasciare indifferenti sapere che l’antica terra di Palestina, l’antica Mesopotamia e l’antica Siria, terra d’origine di grandi santi, sono strette in una spirale di odio e violenza che ha le sue radici nell’atavica natura di sopraffazione dell’uomo.

Le parole del Santo Padre che parla per descrivere la situazione socio-politica del mondo d’oggi, come di fatto di un terzo conflitto mondiale, suonano come un campanello d’allarme più volte ascoltato nel corso della storia del secolo scorso, ma sempre tragicamente cadute nel vuoto. L’odio ha ormai posto le sue radici, a causa degli innumerevoli focolai di guerra e l’innumerevole numero di morti e rifugiati causato da un così vasto e intricato scenario bellico è il tremendo prezzo da pagare. Dall’Ucraina alla Palestina, dall’Iraq e la Siria sino al Nord e Centro Africa dove guerre civili e gruppi integralisti dilaniano un’umanità già segnata dalla colpevole mancanza di risorse vitali ed economiche, la pace non riesce mai seminare il suo prolifico seme, calpestato e soffocato dal sentimento di prevaricazione e senso d’onnipotenza che attanaglia l’animo umano.

Un cristiano non può rimanere inerme davanti a tutto ciò, deve reagire, deve far qualcosa, deve adoperarsi sempre con la preghiere e con l’azione per l’edificazione di un mondo migliore così come Nostro Signore Gesù Cristo ci ha insegnato nel Vangelo. Si rimane oltremodo basiti, vedendo nei tg e nei notiziari on-line, le scene di cosi tanta disperazione provenienti da quelle martoriate terre e non ci si capacita mai di quanto l’uomo non impari mai dai propri errori e di come ciclicamente torni a riproporli ed a riviverli. Le minacce degli integralisti islamici dell’ISIS e lo scontro di civiltà in corso tra Oriente ed Occidente, sembrano riportare la storia indietro di secoli sino al tempo delle crociate e dello scontro di religione tra mondi cosi vicini eppure così lontani nella concezione del mondo; scontro che ha causato nei secoli milioni di morti e che ancora oggi continua a causare. Guardare con occhi critici la storia, soprattutto quella contemporanea, fa pensare ad un’incapacità dell’uomo di imparare dal suo passato e una facile arrendevolezza al normale corso degli eventi, ma non deve essere così, non per un cristiano, non per chi ha scelto il Cristo come vessillo di pace.

La pace va costruita e va cercata dapprima in “casa nostra”, nelle nostre dimore, nella nostra terra, nei luoghi e nei posti che viviamo e frequentiamo quotidianamente. Provo un senso quasi di disgusto quando, nel nostro “civile” Paese Occidentale e nella nostra “civilissima” città, con tanta, con troppa facilità viene tacciata e bollata come un peso, un rifiuto di cui liberarsi, la varia umanità che fugge dalla guerra che infiamma i loro Paesi e che cerca un posto sicuro sulle nostre coste, affrontando un viaggio che è per loro l’ultima speranza di salvezza, accompagnati in queste loro traversate, come tutti ben conoscono da criminali senza vergogna che trattano l’essere umano come carne da macello. Questi nuovi farisei, benpensanti e criticoni “che si battono il petto stando ritti dinnanzi agli altari nelle sinagoghe” (la citazione evangelica non è casuale), sono le stesse persone che magari si vantano anche della loro fede e del loro zelo nell’essere praticanti, ma che in realtà così facendo praticano solo la religione dell’odio e dell’indifferenza, del tutto contraria a ciò che Nostro Signore è venuto ad annunciarci.

Perciò, anche per costoro io ti prego Signore: “Shalom Padre! Donaci la tua Pace”, dona all’uomo la capacità di vedere negli occhi dell’altro, quelli di un suo fratello e nell’altrui vita la stessa essenza della propria umanità che si completa solo nell’accoglienza e nell’accettazione della dignità dell’altro. Donaci la tua Pace o Signore affinchè l’uomo, la tua creatura più bella, possa ritrovare la serenità della vita su questa terra e la bellezza del tuo amore di padre buono e misericordioso, che non lascia mai da soli i propri figli.

lunedì 6 ottobre 2014

..I figli...

Antonino Russo


“[…] Poi gli si avvicinò una donna che reggeva un bambino al seno e chiese: “Parlaci dei figli”.

“I vostri figli non sono i vostri figli.

Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé.

Essi non provengono da voi, ma attraverso di voi, e benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore, ma non potete seminare in loro i vostri pensieri.

Potete erigere case per i loro corpi, ma non per le loro anime, perché le loro anime dimorano nella casa del domani che neppure in sogno potete visitare.

Potete cercare di essere simili a loro ma non sforzatevi di renderli simili a voi.

Perché la vita torna sui suoi passi e non le piace risiedere nella dimora di ieri.

Voi siete gli archi e i vostri figli sono le frecce vive scoccate lontano.

L’Arciere scruta il bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi piega e vi tende affinché le sue frecce corrano veloci e lontane.

E perciò fatevi tendere con gioia dalla mano dell’Arciere;


Poiché come ama la freccia che scocca, così egli ama l’arco che sta saldo tra le sue mani.”

Kahlil Gibran – tratto da “Quando l’amore vi chiama, seguitelo”



Quando il nostro sguardo incrocia per la prima volta quello dei nostri figli, la preghiera di ringraziamento a Dio Padre nasce spontanea dal cuore e si manifesta con la commozione del nostro volto, con il nostro sorriso.

Quando afferrano con la loro manina parte del nostro dito, comprendiamo il loro essere piccoli e indifesi.

Quando cercano sin dai primi istanti il seno materno, il pensiero va’ a tutte le mamme del mondo e alla Vergine che allo stesso modo ha nutrito Gesù rendendo da subito il Figlio di Dio bimbo come i nostri.

Non saranno le notti che passeremo insonni o le rinunce che faremo per loro o l’impegno che metteremo nel cercare di non far mancare loro nulla che potrà farci dire “siete miei” perché sono dell’Arciere cioè di Dio che tende l’arco, cioè noi, suoi strumenti, per far arrivare lontano i nostri figli nel cammino della vita terrena e della vita eterna.

I figli sono una benedizione: non “capitano” perché l’amore di Dio non capita ma piuttosto abbonda verso l’umanità.

Preghiamo per i nostri figli e impegniamoci a dare loro il nostro tempo e il nostro esempio senza aspettarci nulla in cambio, con la stessa gratuità con la quale Dio ci ama.

..un nuovo inizio...



Simone Russo

Immancabile come di consueto l’appuntamento con l’inaugurazione dell’anno sociale al Carmine, un momento che vede unite tutte assieme le varie realtà parrocchiali e quindi, come parte integrante di questa grande “Famiglia di Famiglie” anche la nostra Confraternita è presente oltre che parte organizzatrice. 
La coincidenza con la festa e la relativa processione del Quadro della Madonna del Rosario rendono questa occasione particolare specialmente per i nuovi associati. Sono loro infatti che avranno l’onore di portare il Quadro con l’ausilio di forcelle più esperte in modo da poter provare il “dolce sapore” della sdanga senza patire l’inesperienza in caso di bisogno. 

Come tutti gli inizi di una qualsiasi cosa anche questo ci porta a pensare a ciò che ci aspetta, a segnare le date più importanti e gli appuntamenti ai quali non vogliamo per nessun motivo mancare. Lo sentiamo dire spesso che ogni anno è diverso dall’altro, quando si inizia un percorso nuovo tutto è un’incognita ed è proprio questo che lo rende più bello da vivere. 

Il momento più intenso vissuto stasera è stato sicuramente la vista di quei miei amici fraterni che rientravano con il Quadro sulle spalle, sui loro volti c’era dipinta la stanchezza, ma anche la felicità di chi pensava sicuramente a come sarebbe bello un giorno avere sulle proprie spalle un “Ecce homo”, una “Colonna”, un “Crocifisso”. 

Vivere questo evento per la seconda volta mi ha aperto delle prospettive che non avevo considerato l’anno precedente, forse per via del fatto che ho visto il tutto con gli occhi di chi dopo più di un anno è maturato e ha arricchito se stesso con tante meravigliose esperienze, che posso dire essere state fondamentali per farmi capire a pieno cosa significa Confraternita. 

Al termine di questa ennesima stupenda serata possiamo solo incrociare le dita e augurarci che tutti i nostri sogni e le nostre attese per questo nuovo anno possano essere realizzate e che il buon nome del nostro Sodalizio possa continuare a essere onorato da tutti non che vestiamo questo Santo Scapolare. 
 
DECOR CARMELI

Foto: Marco Spiotta 

giovedì 2 ottobre 2014

La Madonna, il Papa, il Rosario, Lepanto, le Vittorie!



Giovanni Schinaia
(estratto della riflessione proposta il 7 luglio 2014, primo giorno della Novena della ostra Titolare)


Ad Christum per Mariam sub Petro

Probabilmente questa espressione tanto cara alla pietà cristiana riassume, come meglio non si potrebbe, l’unità tematica che il nostro Padre Spirituale, di concerto col Priore, ha pensato e voluto per le riflessioni che, a partire da oggi, ci avvicineranno alla solennità della Celeste Patrona e Titolare della nostra Confraternita e della nostra comunità parrocchiale: tutti insieme ci volgiamo verso un’unica meta e un unico fine, Gesù Cristo; lo facciamo per mezzo di Maria, cioè della devozione che, con piena adesione del cuore e convinzione dell’intelletto, tributiamo alla Madre di Dio; e lo facciamo insieme a Pietro, cioè dentro la Chiesa, fuori della quale non c’è salvezza. Ecco allora il senso di questa veloce rassegna attraverso il pensiero, l’opera e la devozione mariana di alcuni Pontefici che il Signore stesso ha voluto donare alla Sua Chiesa. Perché: Chi siede sulla Cattedra di Pietro non è scelto dai Cardinali! I Cardinali lo eleggono e basta. Chi lo sceglie è lo Spirito Santo. È per questo motivo che: chi siede su quella Cattedra non “Fa” Pietro, quasi fosse una interpretazione teatrale. Egli EST Petrus, è veramente Pietro. La presenza di Pietro non è solo necessaria, ma è indispensabile nell’economia della salvezza. E non perché la storia è andata in un certo modo piuttosto che in un altro. È perché così ha voluto e comandato Cristo stesso.

I Papi ci insegnano quindi ad amare Maria, a “servirci” di Lei, del suo infinito amore di Mamma, per giungere a Cristo. Ma perché mai proporre alla nostra riflessione il magistero e l’opera di un papa, come San Pio V, vissuto ormai 450 anni fa? Un’altra epoca, un altro mondo, un’altra mentalità. Provo a interpretare le scelte di don Marco: anzitutto per ricordare a noi stessi che la storia della Chiesa è una e una soltanto dagli Apostoli ad oggi; per ricordare a noi stessi, quindi, che la dottrina è quella rivelata una volta per tutte da Nostro Signore. La Chiesa nel corso dei secoli non ha “inventato” mai nuova dottrina. Ha elaborato, ha approfondito, ha interpretato e ha insegnato agli uomini di ogni tempo e di ogni dove l’unica Verità immutabile e immutata – che è Cristo stesso – una Verità di cui il Papa, di oggi o di ieri, non è padrone, ma solo garante; una Verità di cui la Chiesa, cioè tutti noi, non è proprietaria, ma depositaria. E allora ecco che un papa di quattro secoli fa, o di dieci o di venti secoli fa, può avere tanto da insegnare anche a noi cristiani di oggi.

San Pio V è ricordato fondamentalmente per due ragioni: è il Papa della Santa Messa; è il papa del Rosario. E già questo doppio merito basterebbe per dieci novene. Significa che è ricordato per il motivo più importante che ci sia nella liturgia, cioè la Santa Messa, culmen et fons, culmine e fonte di tutta la vita della Chiesa: è lui che ha sistemato definitivamente il Messale Romano, il rito della Messa, quello stesso che conserviamo ancora oggi seppur come forma “extra ordinaria” dell’unico Rito Romano. È lui che ha sistemato e pubblicato il Breviario romano e il Catechismo.
Ed è ricordato come il Papa del Santissimo Rosario, vale a dire l’espressione di pietà popolare più diffusa in tutto l’orbe cristiano. Attenzione: non è san Pio V colui che ha inventato il Santo Rosario. La tradizione che ci riporta il beato Alano della Rupe, vuole che, almeno tre secoli prima di lui, la Madonna stessa sia apparsa a san Domenico di Guzman, il fondatore dei Padri Predicatori, per consegnargli la prima Corona del Rosario, l’arma incruenta che san Domenico cercava per combattere la diffusione dell’eresia. E san Pio V era un domenicano, formato cioè in quel carisma particolarissimo in cui convivevano lo studio e l’altissima speculazione filosofica, teologica, scolastica da un lato, e l’abbandono tenero e filiale della devozione mariana dall’altro. San Pio V non smise mai il sacco bianco domenicano, che rappresentava materialmente e visivamente la sua vocazione e la sua missione originaria, neanche quando fu eletto Papa. Si diceva del Rosario. Non fu lui ad inventarlo, ma fu lui, da buon domenicano, a proporre e sostenere la sua diffusione presso il popolo di Dio. E si trovò a farlo in un momento terribile e glorioso per la vita della Chiesa. Ancora un volta, come ai tempi di San Domenico, occorreva trovare un’arma. E ancora una volta, come già san Domenico, san Pio V la trovò nel Santissimo Rosario. La storia è nota. Il rischio di fare della facile aneddotica è concreto. Ma è una storia che va raccontata perché il rischio di perderne la memoria è anche più grave.

È il 7 ottobre del 1571. La flotta cristiana, europea – era il tempo in cui i termini “cristiano” ed “europeo” erano sinonimi – la flotta cristiana di molto inferiore per la quantità e la qualità del naviglio e dell’armamento, affrontò e sbaragliò a Lepanto – qui, nel mare Jonio – la grande flotta turca che minacciava di invadere l’Europa. Naturalmente non facciamo qui alcuna apologia della violenza o della guerra. Né si trattava della turba di disperati che oggi arrivano sulle nostre coste bisognosi di tutto, e prima di ogni cosa, bisognosi che sia restituita loro la dignità umana. No. Si trattava allora di un’orda di spietati e feroci combattenti, votati alla conquista, alla distruzione, votati soprattutto all’annientamento non tanto e non solo del nemico in
senso fisico, ma della sua identità e memoria cristiana. Quel che i turchi volevano distruggere non erano i muri delle chiese, volevano distruggere la Chiesa in quanto tale. Volevano annientare la coscienza e il sentire cristiano. La distruzione programmatica dell’identità cristiana. Ecco qui l’attualità urgente e drammatica di una storia di 4 secoli fa che continua a ripetersi oggi: una Chiesa assediata e perennemente messa in discussione. In quella situazione disperata il papa fu l’unico a non perdere la fede. Ecco la pietra su cui Cristo ha fondato la Sua Chiesa. Se ad essere minacciata era la Chiesa, il Corpo mistico di Cristo, egli cercò una speranza e la trovò naturalmente nella materna intercessione della Mamma del cielo. Cercò una difesa per il popolo cristiano, quando le torri e le mura erano ormai crollate. Cercò una difesa per i cristiani e la trovò ancora lì, fra le braccia tenere ma invincibili di quella stessa Madre.

Poche migliaia furono i crociati che combatterono nelle acque di Lepanto. Ma insieme a loro tutto il popolo cristiano, di ogni lingua, fu unito nella preghiera del Rosario per impetrare da Maria la vittoria e la pace. San Pio V ci ricorda così il valore e la forza dell’orazione: in senso verticale ed in senso orizzontale. In senso verticale perché tutti preghiamo con le menti e i cuori rivolti al cielo; ed in senso orizzontale, perché ognuno prega per l’altro. La preghiera diventa così esperienza di fraternità e condivisione. E questo avviene solo nella Chiesa di Cristo. Nelle religioni e nelle mistiche estranee alla Rivelazione cristiana, dove pure esiste l’esperienza della preghiera, occorre dire che ognuno provvede per sé! Ma la preghiera di reciproca intercessione, l’uno a beneficio dell’altro, questa è una meravigliosa assurdità che appartiene al solo insegnamento cristiano. E come preghiera di reciproca intercessione, il papa teologo, il papa liturgo, il papa professore di altissima speculazione scolastica, san Pio V cosa propose al popolo cristiano? La più semplice e immediata preghiera che si conoscesse: il Santissimo Rosario. Lui che aveva sistemato e pubblicato il Breviario Romano, propose al popolo cristiano la preghiera che sarà in seguito definita il “breviario dei poveri”, il Santissimo Rosario. Una preghiera apparentemente di una monotonia imbarazzante: la stessa orazione, l’Ave Maria, ripetuta per 50 volte! O per 150 volte nella sua forma completa; oggi addirittura 200 volte dopo l’integrazione dei 5 Misteri della Luce operata in tempi recenti da san Giovanni Paolo II. 

Ma che preghiera è? È un serto di rose – ecco il perché del nome “Rosario” – è un serto di rose offerto alla Madre del cielo. E allora 50, o 150 o 200 Ave Maria. Quante volte un figlio può dire alla propria madre “Ti amo” prima che la Madre si stanchi? Ma nel Rosario c’è ancora di più. Andiamo a recuperare quel “Ad Jesum per Mariam” da cui siamo partiti. Il Rosario è preghiera eminentemente e squisitamente cristologica. Significa che ci parla di Gesù. Ed è quindi preghiera cristocentrica; che ha cioè Cristo come sua ragione ultima. Ma come, dirà qualcuno, non era una preghiera alla Madonna? Pensiamoci: è la devozione stessa per la Madonna, non il devozionismo, ma la retta devozione, ad essere per sua stessa natura, cristocentrica. Lo abbiamo detto all’inizio: la Madonna è lo strumento che ci conduce a Cristo. Come comunità confraternale e parrocchiale, noi abbiamo una grazia singolarissima che ci permette di sperimentarlo. Nella nostra identità, possiamo dire nel nostro carisma, convivono due aspetti che non sono Siamo una comunità mariana, posta sotto il titolo e la protezione della Madonna, una comunità che zela cioè il culto per la Madonna, ed insieme zela costantemente il culto eucaristico nella Messa e fuori dalla Messa. Pensiamo al Giovedì Santo e al Venerdì Santo quando non meno di 150 di noi, 150 pellegrini scalzi e incappucciati si recano ad adorare il Santissimo Sacramento solennemente custodito negli Altari della Reposizione. E lo fanno impugnando l’arma, quella corona del Rosario che già indossiamo come parte integrante del nostro abito di rito. E pensiamo alle solenni Quarantore, un tempo di grazia prolungato ancora davanti a quel Santissimo Sacramento. E avviene qui, nella nostra chiesa, nella casa di Maria, fra le braccia della Madre. Così come su questo stesso altare fra nove giorni, il 16 luglio, sarà solennemente esposto il Sacramento per la Supplica alla Madonna del Carmine. Ancora una preghiera mariana, che rivela la sua natura profondamente cristocentrica. E pensiamo ancora a quel 16 luglio, a quella processione che attraverserà le nostre strade. Due file di Consorelle e Confratelli che paiono interminabili e a coronamento la venerata immagine della nostra Titolare. Reciteremo il Santo Rosario in quelle nostre strade, ma quel giorno il vero serto di rose offerto a Maria saremo noi. Noi insieme alla moltitudine dei fedeli che seguirà il cammino di Maria. Bene, anche quel nostro momento di devozione mariana popolare, rivela la sua natura autenticamente cristocentrica, se ricordiamo che imitare le virtù di Maria – questo è il senso dell’indossare lo scapolare del Carmelo – imitare le sue
virtù significa imitare Cristo; se ricordiamo che guardare a Maria, significa lasciarci guidare da Lei, dal suo Cuore Immacolato, fino a raggiungere Cristo, se ricordiamo che in processione quel giorno fisicamente porteremo noi l’immagine di Maria, ma in realtà chi porterà a Cristo noi, sarà lei, la nostra Madre, la nostra Titolare, la nostra condottiera, la sede della speranza che non muore, la nostra sicura difesa. Abbandonarsi nelle braccia della Madre nostra speranza e nostra difesa, anche quando tutto sembra perduto. 
semplicemente complementari l’uno all’altro; a ben vedere si tratta del medesimo carisma semplicemente osservato da punti diversi.

Ecco l’insegnamento di San Pio V per i cristiani del suo tempo, un insegnamento che scavalca i secoli e arriva integro fino a noi, noi che siamo chiamati a combattere la buona battaglia, la nostra Lepanto di tutti i giorni: la scristianizzazione, l’anticlericalismo, la blasfemia, le eccezioni sugli insegnamenti morali del Papa, i distinguo sulle prescrizioni liturgiche, il tentativo di privatizzare la fede, la delegittimazione della missione ad gentes, la cristianofobia che si esprime nella violenza fisica e morale. Ecco la nostra Lepanto di tutti i giorni.

A mezzogiorno di quel fatidico 7 ottobre, papa San Pio V, mentre si trovava in preghiera, trasalì all’improvviso, senza apparente motivo. Si riprese dopo pochi istanti e subito diede ordine che le campane delle chiese di Roma suonassero a distesa. Un ordine strano: suonare a festa mentre i figli di Roma combattevano lontano. Noi oggi siamo abituati a dire “quel Papa mi piace”, “quello mi piace di meno, quell’altro Papa mi piace di più”. Il Papa non deve piacere o non piacere. Il Papa non ha bisogno dei nostri applausi; al Papa si deve amore, devozione e obbedienza. Di questo ha bisogno il Papa. E a quell’ordine apparentemente incomprensibile di papa Pio V si obbedì senza discutere. E le campane di Roma suonarono a festa. In quel momento di silenzio il papa aveva ricevuto in visione mistica la notizia della vittoria dei cristiani, una vittoria così inaspettata, così incredibile davanti a un nemico così tanto più forte. E i messi da Lepanto giunsero a Roma con l’annuncio dell’effettiva vittoria solo diversi giorni più tardi; una vittoria che si era compiuta proprio il 7 ottobre, proprio a quell’ora in cui il Papa aveva dato ordine di suonare le campane. Tendiamo l’orecchio a mezzogiorno, nelle nostre città, nelle nostre campagne, nelle contrade più sperdute, fra le valli alpine o nelle campagne francesi, sui contrafforti pirenaici o nella meseta spagnola, sulla nostra Murgia, o sulle nostre spiagge. Tendiamo l’orecchio a mezzogiorno. Udiremo i rintocchi di una campana, ebbene quelle sono le campane che ricordano ancora oggi la vittoria di Lepanto. Campane che ricordano a tutti i cristiani di riporre la propria speranza di salvezza nel Cuore Immacolato, trafitto e glorioso della Mamma del cielo. Ecco qui il cuore Immacolato trafitto e glorioso così come abbiamo la grazia di contemplarlo in questi giorni nelle immagini venerate in questa nostra vetusta chiesa, in questo anno di speciale e giubilare grazia che il Pontefice Francesco felicemente regnante ha voluto concedere alla nostra comunità.
La mia bimba di 6 anni pochi giorni fa entrando in chiesa mi ha detto: "guarda, ci sono due Madonne". Ed io sono stato contento di risponderle. La Madonna è una. Semplicemente in questi giorni ci è data la grazia di poterla contemplare nel suo grande mistero in due immagini che ritraggono due diversi misteri di quel Santo Rosario che è la preghiera prediletta del popolo di Dio. La Vergine dei Misteri dolorosi, che piange ai piedi della Croce, la Vergine che attende fuori dal Sepolcro, l’unica luce rimasta accesa il Sabato Santo ad attendere la Resurrezione, la Vergine dell’attesa, la Vergine della speranza, che porge a noi il suo cuore trafitto di Madre, un cuore da cui non cessano di sgorgare fiumi di grazie. E la Vergine dei Misteri gloriosi, nella sua maestà e nella sua regalità; la Vergine che continua a riversare su noi fiumi di grazie: ecco il segno dell’habitus, dello scapolare, l’armatura che ci porge; la Vergine che continua a indicarci la strada: come il Venerdì Santo, nazzicando nazzicando, guarda, segue e ci indica l’immagine di Gesù, così ora porta in braccio quello stesso figlio, la Verità che ha un solo nome e un solo volto, il nome e il volto di Cristo. Ancora con un altro segno i nostri padri hanno voluto ornare questa bella immagine. Lì nella mano destra, quello scettro dorato. È il segno dell’auxilium christianorum, l’aiuto, la difesa dei cristiani che la Mamma del cielo non farà mai venire meno, come quel 7 ottobre a Lepanto, come nella nostra Lepanto di tutti i giorni.

E allora la prossima volta che reciteremo il Santo Rosario, rivolgiamo anche un pensiero grato e devoto a questo santo Papa, san Pio V, che fu apostolo del Rosario e di quella retta devozione mariana cristocentrica che animò i nostri padri quando decisero di fondare questa comunità confraternale, come luogo di carità, di fraternità, di incontro, di preghiera, di culto eucaristico alla scuola di Maria. E la prossima volta che la Provvidenza ci porterà in pellegrinaggio nella città di Roma, rechiamoci a visitare l’alma Mater di tutte le chiese mariane del mondo, anche di questa nostra chiesa, quella Basilica di Santa Maria Maggiore che custodisce la mangiatoia di Betlemme ove la Mamma pose il Salvatore appena nato, quella Basilica che custodisce una delle icone mariane più antiche e più care al popolo cristiano, la Salus Populi Romani, quella Basilica che custodisce la tomba di San Pio V. Egli attende lì l’ultimo giorno e la resurrezione della carne, lì ancora fra le braccia tenerissime e invincibili della Mamma del cielo. Recitiamo il Rosario e chiediamo per noi e per i nostri cari, quella stessa ineffabile grazia.

mercoledì 1 ottobre 2014

La Croce

Valeria Malknecht 

La croce: segno di contraddizione
di Salvatore Fallone
Nazzecànne Nazzecànne, maggio1990


" Giovedì Santo, ore 15, le poste di “città” e di “campagna” sono quasi tutte allineate, anche se per le singole uscite occorre tempo. Quando i portoni della Chiesa del Carmine si aprono è la “Settimana Maggiore” tarentina.

I confratelli, che sul gelido pavimento dell’Oratorio hanno assaporato il primo indefinibile impatto con la posa dei piedi nudi, sono ora sulle soglie degli androni. Le pulsazioni aumentano, un brivido di freddo si scarica sulla schiena, una sudorazione inspiegabile bagna impercettibilmente il cappuccio. Una fiammata di calore arrossa il viso: i confratelli non sono più soli, ma sono con la Città, la Pasqua Tarentina.


I “perdoni” si avviano a scavalcare il primo gradino e sono invasi dal timore di quello che c’è sulla strada, nel mondo. E si stringono ancora di più quasi a fondersi, concordano sulle preghiere da recitare e su chi dei due deve iniziare. Hanno quasi paura della folla che attende, ma l’applauso li fa sentire sicuri e veramente fratelli.

Superati i gradoni, non senza la tradizionale spinta “a camminare” dei responsabili della Congrega, odono già in lontananza le prime note “delle marce” provenienti dalle mangiacassette e cominciano “le nazzicate”. Imboccata via D’Aquino ci si attarda in attesa che nelle Chiese da visitare terminino le funzioni liturgiche della “Cena del Signore”, e con la speranza che arrivi subito la banda musicale per godersi “dal vero” Amleto, a Vittorio Emanuele, Giovedì Santo e, come somma “beatificazione”, Mamma di Rizzola. Nel frattempo via D’Aquino, in entrambi i sensi di marcia, è quasi una processione di coppie “nazzicanti”: questo è l’aspetto esteriore del “pellegrinaggio”.

Superata però via D’Aquino si entra nel caos del traffico: il “pellegrinaggio” diventa più penitenziale. La folla, in costante progressivo incremento, calca, spinge, mentre i bambini si impauriscono di fronte agli incappucciati e sorretti dagli incoraggiamenti dei grandi si avvicinano, toccano l’abito, chiedono. È commovente vedere i “grandi” di ogni ceto sociale, piegarsi per baciare il Crocifisso che pende dalla corona del rosario (ognuno lo recita come può e come sa, ma è comunque preghiera che innalza a Maria e, quindi, al Padre).

I confratelli sanno che Cristo, nel ricordo storico, non è ancora morto e che “al Sepolcro” si visita e si adora il Cristo vivente e trionfante nella Eucaristia, ma tutti vivono la vigilia della “notte in cui fu tradito”.

Tutti sentono, molti non si spiegano la contraddizione del Cristo che allo “spezzar del pane” si offre “pane di vita” per l’eternità a tutte le genti di tutte le latitudini ed il mondo già lo tradisce. È il primo tradimento di chi è venuto a salvare e che lo vede venduto per 30 denari. Poi arriva il triplo tradimento di Pietro in preda allo smarrimento ed alla paura. Al sublime atto di amore dell’Uomo Dio il mondo incredulo nei benefici del cambiamento risponde, e l’Uomo Dio accetta il dramma della crocefissione.

Nessuno ancora crede nella Resurrezione come intima possibilità di conversione, ma i confratelli in pellegrinaggio pregano per credere, per resuscitare e godere della Pasqua.

All’inginocchiatoio della prima Chiesa da visitare ci si arriva fisicamente stanchi e con sensazioni spirituali di collegamento a Dio difficilmente spiegabili. Ognuno, finita la recita del rosario (qualche volta anche disordinata per mancanza di abitudine), sente la passione di Cristo e, alzando gli occhi al tabernacolo, riccamente incastonato, comprende l’immenso amore del Salvatore e come può lo ringrazia innalzando preghiere modeste ma sentite per i propri cari, per gli amici e per i nemici (non si può alzarsi dall’inginocchiatoio se non in pace con tutti).

Mentre si è in contemplazione s’ode all’orecchio “l’Ave Maria” della posta che segue, e fatta la genuflessione e gli abbracci di rito si esce per visitare l’altra Chiesa.

Terminato “il giro” ci si avvia, sempre lentamente, al rientro al Carmine. Stanchi per il lungo andare, intirizziti per il freddo prodotto dal calar del vento che preannuncia la notte imminente, turbati dalla meditazione dell’amore di Cristo ci si avvicina all’ultimo inginocchiatoio, quello del Carmine, con le ginocchia rigide, la schiena dolorante e si recita l’ultimo credo del pellegrinaggio dell’anno.

Si salgono con difficoltà i gradini che portano all’Oratorio, ci si scambia i “prosit”, ci si abbraccia, si cambia d’abito e ….. già il pensiero è a San Domenico, alla bellissima statua raffigurante l’Addolorata.

La posta si attarda nell’Oratorio, nonostante la mancanza di spazi, ed ognuno chiede al vicino se l’indomani parteciperà alla processione dei Misteri di Cristo.

Si saluta affettuosamente il compagno “di posta” e si ritorna a casa, sempre fra tantissima gente, col pensiero al Calvario, “il regalo” dell’uomo a Cristo Amore, ed ognuno vede le tre croci e pone se stesso su quella di destra con la speranza di essere, alla fine della giornata terrena, con “Lui” in Paradiso.

Il primo Venerdi Santo: tre croci, una Madre col cuore spezzato dal dolore, poche pie donne, dodici umili frastornati ed impauriti. Sono trascorsi duemila anni e quel povero piccolo nucleo ha sconvolto il mondo: non più padroni e servi, ma tutti figli di Dio.

La Croce segno di contraddizione fa nascere dal dolore l’amore e l’eternità."


“…la Croce, segno di contraddizione, fa nascere dal dolore l’amore e l’eternità…”
Se si cerca sul dizionario la parola “contraddizione” si scoprirà che ad essa corrispondono termini come “controsenso, discordanza, diversità, incongruenza, paradosso”.
Mentre fra i contrari figurano parole come “concordanza, consonanza, corrispondenza”.
Amore e dolore sono due parole discordanti, eppure stranamente concordanti, quasi conseguenziali.
Lo sono ai giorni nostri e lo sono state da sempre, fin dal sacrificio della Croce.
Perché da una parte, sono simbolo del controsenso e del paradosso del soffrire e morire per amore di qualcuno.
Da un’altra, rivelano la inspiegabile corrispondenza che da sempre c’è fra il sentimento del dolore e quello dell’amore.
Gli opposti che si attraggono e che unendosi si completano a vicenda; le due facce della stessa medaglia; l’altra parte della luna, quella buia e che non viene illuminata dal sole, ma che sappiamo che c’è, esiste.
Ebbene, credo che il simbolo della Croce racchiuda in sé entrambi questi due antitetici significati.
Perché quello della Croce è il simbolo per eccellenza del “Sacrificio” per amore.


“…la Croce, segno di contraddizione…”
L’immagine di un uomo che muore in un modo così atroce, quasi si contraddice con il senso di profonda dolcezza con cui Cristo commette questo suo sacrificio per salvare l’uomo.
Eppure è quel dono di sé al mondo, quel profondo dolore, che rende la Croce vero veicolo di amore.
“...dal dolore nasce amore ed eternità…”…e questo accade anche oggi.
Tanti uomini del nostro tempo sono altrettanto coraggiosi da donare se stessi, per amore.
Una madre mette al mondo i propri figli soffrendo. Eppure, dicono che sia l’amore più completo e sincero che un essere umano possa provare.
Un uomo, un padre di famiglia, lavora con sacrificio e rinunce, anche lontano da casa, pur di assicurare una vita ed un futuro dignitosi alla propria famiglia.
E, perché no, tanti confratelli durante l’anno rinunciano a tante cose, pur di poter indossare con fede la propria mozzetta.
Non sono anche questi segni tangibili di un sacrificio per amore?
In tutti questi casi la parola dolore fa dolcemente rima con amore. Il dolore di una rinuncia compensato dall’amore per un altro tipo di conquista.

La Croce, dunque, è segno di una salvezza e di un amore che passano attraverso il dolore.

Cristo ci da l’esempio di come questi due antitetici sentimenti, possano incrociarsi perfettamente.

Perché attraverso l’amore, il dolore viene esaltato e nobilitato.





martedì 30 settembre 2014

1974


Claudio Capraro

Quarant’anni fa: dove eravamo? Cosa facevamo nel 1974? Cosa accadeva in Italia e nel mondo in quell’anno? E cosa nella nostra città? Tanto per citare alcuni degli eventi che più potranno colpire la nostra memoria, almeno di quelli che c’erano, il 1974 fu l’anno del referendum sul divorzio, delle stragi dell’Italicus e di piazza della Loggia, le brigate rosse sequestravano il giudice Sossi, la Fiat mandava a casa migliaia di dipendenti.

E nella nostra Taranto che accadeva? E più nello specifico quali avvenimenti riguardavano la nostra Confraternita al tempo. Iniziamo un excursus storico attraverso le cronache del quotidiano di Taranto, il Corriere del Giorno, ormai assente dalle nostre edicole, per capire attraverso le pagine ingiallite, come la città viveva negli anni passati gli eventi che più da vicino riguardavano la Confraternita del Carmine e cioè la Settimana Santa e la festa della Titolare.


Partendo dalla domenica delle Palme, vale a dire dal 7 aprile del 1974, leggiamo velocemente che in quei giorni il Ministro del Tesoro annunciava “duri e pesanti sacrifici” per gli italiani, che il Taranto affrontava al Salinella la Reggiana (vincendo 3 a 1, arbitro Casarin), che al cinema proiettavano i film di Bud Spencer e Terence Hill o in alternativa Jesus Christ Superstar. Un articoletto, poi, annunciava che si entrava in quel giorno del vivo delle tradizioni della Settimana Santa e che in serata, all’imbrunire, gli iscritti delle due maggiori confraternite cittadine, si sarebbero riuniti nelle proprie chiese di appartenenza per dar vita alle “gare”. Quindi quella sera, nella chiesa del Carmine si riunì l’assemblea straordinaria degli iscritti; priore l’avvocato Cosimo Solito, Padre Spirituale Mons. Luigi Liuzzi. Ancora qualche anno e l’Arcivescovo Motolese avrebbe vietato che la gara si svolgesse in chiesa.

Ma come andò quella gara? Cosa riportava il giorno dopo, il lunedì Santo, il Corriere del Giorno. In realtà, a differenza di oggi, in prima pagina nessun titolo parlava di quanto accaduto il giorno precedente. Bisognava andare nelle pagine di cronaca per trovare il breve pezzo di commento che nel titolo (Sdanghe da capogiro, flessione per i Misteri) riassumeva un incremento delle offerte per il pellegrinaggio dell’Addolorata e di contro, invece, una diminuzione del totale delle offerte per la processione dei Misteri. Senza entrare nel dettaglio delle licitazioni effettuate per i simboli e per le statue, diciamo che il totale delle entrate fu di circa 3 milioni di lire in meno rispetto all’anno precedente. Tra le note di “colore” il fatto che dopo tanti anni di aggiudicazione del Gonfalone da parte di “Zi Catavete”, al secolo Cataldo Russo, a cifre modeste ( anche 2.500 lire) quell’anno fu aggiudicato per circa mezzo milione ad altro confratello.

La parte dell’articolo che invece colpisce è quella relativa ai commenti, anche da parte di alcuni degli stessi confratelli oltre che del cronista, riguardo le cifre spese (ritenute “sproporzionate e spropositate rispetto all’importanza dell’avvenimento”) ed i metodi di aggiudicazione, con proposte e lamentele. Offerte in busta chiusa, oppure non permettere agli ultimi aggiudicatari di gareggiare gli anni immediatamente successivi per quello stesso simbolo. Dibattito che periodicamente, vedremo, ritornerà fino ai giorni immediatamente trascorsi. Che Giovambattista Vico, fosse tarantino?

Nei giorni fino al giovedì Santo, il Corriere ci racconta di gastronomia pasquale e della visita dell’Arcivescovo Motolese presso gli uffici del Commissariato Marina Militare per il precetto Pasquale. Nel numero di giovedì Santo 11 aprile, invece si annunciano gli appuntamenti che dalle tre del pomeriggio coinvolgeranno tutta la città, appuntamenti immutati nei secoli: il pellegrinaggio delle poste di “perdune”, la Messa in Coena Domini e la lavanda dei piedi, la processione del Santissimo in piazza Carmine (così definita e non Giovanni XXIII) con il priore della Confraternita a reggere l’ombrellino. In mattinata, in Concattedrale, la messa in Crismalis, e nel pomeriggio in Duomo, sempre l’Arcivescovo avrebbe presieduto la Messa in Coena Domini. A mezzanotte l’uscita dalla chiesa di San Domenica del pellegrinaggio della Beata Vergine Addolorata. Un articolo in tutto e per tutto a quello che leggiamo – gettando un occhio alla mozzetta appesa a prendere aria - ogni giovedì Santo, che non ci dice nulla di ciò che già non sappiamo, ma che ci fa caricare a mille l’adrenalina. Ma leggendo meglio, cogliamo alcuni aspetti insoliti: per il pellegrinaggio della Vergine Addolorata, il cronista si auspica che possa ricomparire in piazza Fontana il grande falò; chissà se al tempo le birre e i panini con la salsiccia facevano già parte del panorama. Altro particolare importante, sempre a proposito del pellegrinaggio dell’Addolorata il percorso che né all’andata, né al ritorno passava da piazza Carmine e cioè davanti alla chiesa omonima. Passato il ponte girevole, percorreva via Archita (immagino via Matteotti), via Margherita, via D’Aquino e piazza Immacolata. Al ritorno, dopo la stessa piazza, via Berardi, via Anfiteatro, via Cavour, via D’Aquino e ponte girevole. Insomma la chiesa del Carmine, a leggere questo pezzo, veniva solo sfiorata lateralmente. Il percorso della processione dei Misteri, invece, era in tutto e per tutto uguale a quello attuale.

Dalle cronache del giorno successivo, apprendiamo come quel giovedì Santo fu freddo e piovoso tanto che le prime poste (di città e di campagna) dovettero ritardare la loro uscita. Molto accattivante la cronaca (anonimo il cronista) che riportando nomi e situazioni ci fa immaginare quasi di essere all’angolo della Sem, dove “il maestro Lemma (mestre Mingucce – ndr) ha estasiato gli astanti con un “A Vittorio Emanuele” che era una pittura”.

Dopo una notte di freddo e pioggia il venerdì Santo, inaspettato, apparve il sole ed il caldo anche cocente rallentò il passo dei confratelli dell’Addolorata che fecero rientro a San Domenico con circa due ore di ritardo.

Riguardo la processione dei Misteri, si sottolinea la presenza di tanta gente, di molti turisti, di parecchi bambini e, con grande enfasi, addirittura della TV (quale? La Rai o una delle prime emittenti libere?). Viene riportato un particolare definito “patetico” (sic): “il cav. Luigi Pignatelli, anche quest’anno aggiudicatario delle ambitissime sdanghe di Gesù Morto, non indosserà dopo circa un trentennio l’abito di rito. In sua vece, saranno due dei suoi figli a reggere il peso della statua del Cristo. E la tradizione, ancora una volta, sarà interamente rispettata”.

Nella cronaca del giorno successivo si racconta che la processione radunata in piazza Carmine alle 5 (!) faceva rientro in chiesa avvolta da un fitto manto di nebbia. Nei commenti “finali” si possono leggere critiche ad alcuni atteggiamenti della folla dei fedeli, o nei confronti di alcuni portatori che masticavano chewing gum mentre erano sotto le statue. Si sottolineava negativamente la vendita di palloncini e frutta secca come se fosse una sagra paesana ed il fatto che i turisti non avessero alcun tipo di assistenza e di informazione e fossero lasciati a se stessi. Il pezzo continuava su come, altrove, il turismo religioso avesse una importanza notevole, mentre qui a Taranto non si riuscissero a sfruttare adeguatamente i riti della settimana Santa. Si chiudeva, e come poteva essere altrimenti, con una severa critica alle somme spese la domenica delle Palme per l’aggiudicazione dei simboli delle due processioni. Tanto convinto delle sue tesi, l’autore, che il pezzo della domenica delle Palme del 1975 e cioè dell’anno successivo (era il 23 di marzo), con il quale si annunciava l’inizio della settimana Santa, era pari pari quello di commento di chiusura del 1974!

Passata Pasqua, giusto qualche giorno di “assestamento” e poi si comincia a lavorare per la festa della Titolare. Cosa accadeva a Taranto quel 16 luglio di quarant’anni fa? Era stato nominato Provveditore agli Studi il prof. Angelo Vincenzo Curci, già Sindaco di Taranto, una notizia riportava con un certo scalpore che all’Istituto Nitti per gli esami di maturità era stata discussa una tesina che aveva come argomento la “droga”, la malavita si prendeva a pistolettate nei pressi del Cimitero, alla salita San Martino tre famiglie venivano fatte sgomberare perché lo stabile era pericolante e all’arena Corallo in piazza Ramellini un terribile fatto di cronaca aveva turbato tutta la città: una bottiglia lanciata dall’alto aveva colpito, uccidendolo, un bimbo che era con i genitori a guardare il film.

Venendo a noi, apprendiamo che nella mattinata del 16 luglio erano stati aggregati al Sodalizio circa 30 nuovi confratelli; l’articolo parla più esattamente di “una trentina di giovani” e non ci lascia intendere se si trattasse sia di donne che di uomini o se nel 1974 i novizi erano solo uomini e non c’era nessuna nuova consorella. Nel pomeriggio poi la grande processione preceduta, molti lo ricorderanno per tanti altri sarà una cosa mai sentita, dalla gara per l’aggiudicazione delle sdanghe della Titolare. Lo stesso articolo definisce questa gara come “particolarmente insolita”, e riporta che si sono contesero l’onore di poter portare la Vergine diversi gruppi; al termine ha prevalso “un aggiudicatario che insieme ad altri sette, reggerà le sdanghe”. Anche qui non è chiaro se questi otto fossero, tra sdanghe e forcelle, un unico gruppo che avrebbe retto la statua per tutta la durata della processione, oppure fossero due squadre “a sdanghe” e poi le forcelle venivano scelte con altro criterio. Chi ha vissuto direttamente quegli anni potrà aiutarci a chiarire.

Sensazioni di un Novizio



Simone Russo

Entrare nelle nostre amate confraternite è da sempre un momento importantissimo ed emozionantissimo per chiunque faccia questa scelta. 

Del cosiddetto noviziato entrano a far parte sia nella confraternita dell’Addolorata che in quella del Carmine uomini e donne di tutte le età, ma nonostante le differenze anagrafiche tutti siamo accomunati dagli stessi sentimenti che acquistano sfumature particolari in ognuno di noi. 

Da sempre esiste una disputa destinata forse a rimanere aperta per sempre e che divide i confratelli in due categorie: da una parte i fedelissimi, che si legano ad uno solo dei due sodalizi, dall’altra chi decide di legarsi ad entrambi. 

La mia decisione di appartenere alla confraternita del Carmine nasce non solo da una passione per i nostri amati e preziosi Riti della Settimana Santa, ma anche da una voglia di consolidare a vita l’attaccamento alla mia parrocchia, nella quale ho tutti i migliori ricordi legati all’infanzia. 

Realizzato questo sogno il 16 Luglio 2013, ho sentito però che mi mancava ancora qualcosa, avevo bisogno di sentirmi parte anche di quell’altra realtà che apparentemente aveva avuto un ruolo marginale nella mia vita di cristiano e di appassionato della nostra pietà popolare.

Presa la decisione di lanciarmi in questa nuova esperienza, cominciava l’attesa e si faceva più forte la curiosità di sapere di come avrei vissuto questo secondo noviziato, arrivando a farmi porre le domande più disparate: Sarà diverso? Sarà lo stesso? Lo vivrò con la stessa intensità? Saprò poi dedicare il giusto tempo ad entrambe le confraternite? Tutte queste domande hanno trovato risposta con il tempo, tutte le preoccupazioni sono come di incanto svanite quando ho cominciato a frequentare quell’ambiente meraviglioso custodito nel cuore della città vecchia a pochi passi dal luogo dove il mio bisnonno aveva la sua bottega.

 Dopo quasi un anno di preparazione il 15 Settembre 2014 le cose erano cambiate e molto, avevo stretto nuovi legami di amicizia fraterna e avevo consolidato quelli vecchi, l’emozione era palpabile sull’oratorio, eravamo tutti tesissimi e molto emozionati con le fronti bagnate dal sudore e con l’impazienza di scendere stringendo quel fagotto che i collaboratori avevano sistemato con cura piegando la mozzetta, sistemandoci sopra il cappello e adagiando il tutto sulle nostre braccia. 

Entrando in Chiesa lo sguardo è inevitabilmente rivolto a Lei che con il suo dolore ci invita a farci forza anche nei momenti più bui della nostra vita, un inchino dinnanzi all’altare e poi a sedere pronti a pronunciare la nostra promessa con voce decisa ed unanime e finalmente ad indossare quella mozzetta nera tanto attesa e desiderata. 

Quando tutto è terminato non restano che gli abbracci fraterni gli auguri e la bellezza di una sensazione di felicità talmente forte da farmi rivedere tutto ciò che avevo vissuto in quell’anno che tutto sommato era volato. 

Tirando le somme posso dirmi orgoglioso di far parte di queste splendide realtà confraternali, che in due anni circa mi hanno dato la possibilità di crescere sia come persona che come cristiano e che mi auguro possano continuare a farlo anche in futuro, perché dal punto di vista degli affetti e dello spirito non si finisce mai di crescere.


Copyright © 2014 Alessandro Della Queva prove