giovedì 20 novembre 2014

Santa Cecilia, Vergine e Martire


G.S.

Fra le altre cose, i vescovi partecipanti al concilio Vaticano II si occuparono di sopprimere il culto e le relative memorie liturgiche, di un gran numero di martiri paleocristiani, la cui storicità, dopo più di 15 secoli di ininterrotta devozione, non era più ritenuta attendibile. Sopravvisse il culto e la memoria di santa Cecilia, pare, per espressa volontà del regnante Pontefice, Giovanni XXIII. Ma tali circostanze non sono confermate nella biografia ufficiale del Santo.

Di Santa Cecilia sappiamo pochissimo: dal testo anonimo di una Passio, apprendiamo che la Vergine Cecilia, di nobili origine romane, forse durante la persecuzione scatenata dall’imperatore Diocleziano (dal 303 al 311) fu sottoposta ad ogni genere di torture e vessazioni. Dopo tre vani tentativi fu decapitata con una spada. Sempre dalla medesima fonte apprendiamo anche che “mentre gli organi suonavano, ella cantava nel suo cuore soltanto per il Signore”. A questo passo si deve la singolare devozione che musicisti e cantanti tributano alla Martire romana, fin dalla fine del Medioevo.

Il titolo basilicale romano legato al suo nome è antichissimo, addirittura precedente il 313, anno dell’Editto di Costantino il Grande che riconosceva al Cristianesimo lo status di religio licita. Sappiamo che il corpo della vergine Cecilia era stato sepolto nelle catacombe di San Callisto, in un posto di tutto riguardo, vicino alla cosiddetta “Cripta dei Papi”. Ce ne informa la Legenda aurea, aggiungendo che papa Urbano I, dopo aver convertito Valeriano, marito di Cecilia, e dopo essere stato testimone del martirio di lei, avrebbe consacrato la casa familiare dei due trasformandola in una chiesa.
Il corpo di Cecilia rimase nelle catacombe di San Callisto fino a quando  papa Pasquale I (817-824) non lo fece traslare nella cripta della Basilica dedicata in Trastevere alla santa Martire, basilica in cui la festa si celebrava almeno dal 545. Il papa raccontò di aver ricevuto in sogno la visione della Santa che rivelava il luogo della sua sepoltura. Fu in quell'occasione che la chiesa paleocristiana fu ristrutturata nella attuale forma basilicale.
Nel XVI secolo il sarcofago fu dischiuso per una ricognizione ecclesiastica durante i lavori di ristrutturazione ordinati dal cardinale Paolo Sfondrati. Il corpo fu trovato miracolosamente incorrotto; si distinguevano addirittura le ferite sul collo! Il regnante pontefice Celemente VIII volle recarsi personalmente sul luogo del miracoloso ritrovamento. In quell'occasione lo scultore Stefano Maderna scolpì la statua di marmo nella singolare postura in cui il corpo fu rinvenuto: il capo riverso indietro e le mani rispettivamente con uno e con tre dita tese, ad indicare, secondo l’interpretazione popolare, il Dio Trino ed Unico 




Sentimenti di un Confratello distante !

Andrea Santoro 

Il 16 luglio del 2014 è stata una delle giornate più emozionanti della mia vita. L’insonnia notturna, l’ansia prima della cerimonia, l’emozione di indossare nell’oratorio, per la prima volta, l’abito di rito, l’imposizione dello Scapolare, la processione della sera in cui noi fratelli, tutti insieme, abbiamo accompagnato la nostra amata Mamma.

Nonostante, però, la stanchezza della prima processione volevo che quella giornata non finisse mai, non avrei voluto togliere il mio amato abito di rito. Ricordo la mia amarezza e tristezza quando, oramai al termine del cammino, ci siamo tutti radunati in Piazza Carmine per l’ultima preghiera e per consentire alla Vergine di rientrare a casa. Il motivo principale, però, per cui non volevo che quella giornata finisse era perché sapevo che a settembre sarei andato via da Taranto, allontanandomi, conseguentemente, dalla confraternita.

Essendo un ragazzo di 19 anni, anch’io sono arrivato all’ultimo anno di liceo e alla scelta universitaria, un momento della mia vita vissuto in maniera piuttosto difficile, dal momento che non volevo allontanarmi dalla mia famiglia, dai miei amici e dalla splendida realtà confraternale, che avevo scoperto proprio in quest’ultimo anno a Taranto. 

Tant’è che mi arrabbiavo con me stesso per averci impiegato fin troppo tempo a prendere questa decisione, pensando al fatto che non sarei stato presente alle adorazioni di Gesù Morto, non avrei assistito all’inizio del corso di noviziato, né tantomeno avrei potuto partecipare alle processioni, alle Viae Crucis le domeniche di Quaresima e a tutti gli eventi del calendario sociale. Al solo pensiero, m’intristivo e cadeva sopra di me una pesante malinconia. L’unico rimedio che riusciva a tirarmi su erano le nostre fantastiche marce funebri, che mi hanno anche accompagnato nel mio viaggio da Taranto a Piacenza.


I suoni forti di “A Gravame”, la troccola in “Tristezze”, i rintocchi di “Mamma”, i colpi di “Venerdì Santo” mi facevano compagnia, mi davano coraggio, m’infondevano sicurezza e fiducia e, cosa che ad alcuni sembrerà strana, mi facevano smettere di piangere.

 L’unica medicina per me erano le note struggenti delle marce che accompagnano il cammino dolente della nostra Mamma Addolorata e di Gesù, nostro Redentore, nella Settimana Santa, oltreché dei nostri confratelli. Mi aiutavano a pensare che non sarebbe stato male il cammino universitario e la vita del collegio, ma più di ogni altra cosa, che Maria e il suo misericordioso Figlio mi avrebbero accompagnato dall’alto, aiutato a fare amicizie, ad ambientarmi e a superare il trauma del distacco e la nostalgia.

Oggi, a distanza di 2 mesi dalla mia partenza, mi sono ambientato bene a Piacenza, ho conosciuto tanta gente fantastica che è riuscita a farmi sentire a casa e a passare la tristezza e la malinconia iniziali. Tuttavia, porto sempre nel cuore la mia confraternita, i miei compagni di viaggio del corso e le altre splendide persone che ho incontrato fra le “mura” della Chiesa del Carmine. Per sentirli sempre vicini ho portato con me l’Abitino della Vergine, che mi è stato dato all’inizio del corso di noviziato, mettendolo sopra il letto, insieme al Crocifisso. 

E a tutti quelli che, entrando in camera, mi chiedono cosa sia comincio a ruota libera a parlare della confraternita e dei Riti della Settimana Santa a Taranto, tanto che quasi tutti i miei amici sanno oramai cosa significhi posta, nazzecare o sdanghe. Faccio, inoltre, di tutto per non perdermi neanche un evento, una messa o una processione grazie all’ausilio di questi potenti mezzi tecnologici, per sentirmi in qualche modo lì presente in mezzo agli altri miei fratelli.


Quando, poi, un giorno leggendo un articolo su Nazzecanne avevo appreso, con grande gioia, che anche i confratelli risiedenti fuori da Taranto potevano contribuire, senza esitare un attimo, una volta finiti i primi esami, ho voluto assolutamente scrivere questo per sentire ancora una volta un legame con la mia famiglia e i miei fratelli di Scapolare, col pensiero rivolto a quando potrò indossare nuovamente l’abito ed essere operante nell’ambiente di cui, nonostante tutto, sento ancora fortissima nostalgia.

mercoledì 19 novembre 2014

Pettole e pastorali

Umberto De Angelis

Siamo giunti a Novembre, quasi a ridosso del giorno 22 - Santa Cecilia.

Fin da piccoli (confratelli in pectore) quel giorno ha assunto un significato particolare. Al mattino presto ancora sotto le coperte, ma svegli, eravamo tutti attenti a captare le prime note della banda che passava per le vie della città suonando le tradizionali pastorali e melodie natalizie.

Assumeva un fascino particolare alzarsi, infilare il maglione o il giaccone e affacciarsi alla finestra in attesa che la banda si fermasse sotto casa vedendo la gente ad attenderla.

Dopo aver suonato la “pastorale tarantina” i musicisti salutavano con il cappello in mano e dalle finestre attaccate alle “mollette” del bucato si lanciavano le “mille lire” dai balconi; alcune donne che si erano alzate davvero presto calavano, utilizzando il “cestino di vimini” attaccato alla corda, le “pettole calde” con lo zucchero, altre il caffè caldo nel “termos”.

Per chi non aveva avuto la possibilità di alzarsi presto o per chi non sapeva la “ricetta” per preparare le pettole, c’era sempre una vicina o una “zia” che distribuiva a tutti, specie ai bambini, le pettole “calde calde” da mangiare subito o da portare a scuola.
Con quel semplice rito iniziava il periodo di preparativi che avrebbe portato dopo solo un mese al Natale.

Per noi bimbi quel giorno, anche se si andava a scuola, era comunque una festa.
Si usciva di casa ancora con le dita unte d’olio, che “si era fatto tardi”, mentre gustavamo ancora una pettola con lo zucchero …

Nella mente risuonavano le note della pastorale eseguita della banda, le intonavamo con il classico “… pa-pa-rapapà, pa-pà, pa-pà …” o fischiettando lungo il percorso che portava a scuola, vestiti col grembiule (blù, nero o per le bimbe bianco), col fiocco azzurro (dello stesso nastro del nostro cappello di confratelli, che coincidenza!), col cappotto e con la cartella di cuoio sulle spalle.

Oggi molto è cambiato, ci sono meno bimbi in giro col grembiule; le cartelle sono state sostituite dagli zaini griffati; col vicino di casa magari ci salutiamo, a volte con un semplice buongiorno; le pettole se non riusciamo a farle in casa le compriamo dal panificio, dalla pasticceria o dal supermercato più vicino. 

Il “sapore” di quella tradizione però non è passato e il desiderio di mangiare la mattina presto del giorno di S. Cecilia la prima pettola calda è sempre forte, ne mangeremo ancora dell’Immacolata e nelle Feste di Natale, ma per tutti noi tarantini e per noi confratelli mangiare le pettole e ascoltare le pastorali nella festa di Santa Cecilia segna l’inizio del periodo di Avvento.






lunedì 17 novembre 2014

Le marce ???..Il rimedio ideale !!

Luciachiara Palumbo

Ero in spiaggia con un caldo torrido, sdraiata sul lettino…

Ora ci vorrebbe con un bel libro in mano, una bella bibita fresca, occhiali da sole e la musica dell'altoparlante… Ma no, troppo scontato.

In pieno luglio con gli occhi chiusi e le cuffie nelle orecchie mi lasciavo cullare dalla meravigliosa Elegia. Con le mani come al solito avevo iniziato a dirigere la mia banda ideale e aprendo gli occhi avevo visto i miei ridere a crepapelle.

In effetti se qualcuno mi avesse visto mi avrebbe preso per pazza ma la mia famiglia ormai lo sa non sono folle, sono semplicemente Luciachiara. 

Nella noia di una di quelle giornate di mare che non finiscono mai, dopo aver scritto un articolo per la Titolare, avevo sentito il bisogno di rivivere quei momenti intensi che mi sembravano così tanto distanti. Rivivere poi, cosa che facevo ogni santo giorno nel tragitto per andare al lido, ascoltando la fantastica Christus di Rizzola.

Ormai mamma lo sapeva, era un appuntamento quotidiano a cui non potevamo mancare e aveva finito anche lei col fischiettarla insieme a me. Penso sia uno spettacolo unico guardarmi mentre "vivo" una marcia, soprattutto se è l'ultima che ho citato. 

Inizio ad agitarmi, a parlare a ruota libera, faccio progetti, racconto annedoti e poi all'improvviso, nel momento più intenso, piango. Oh si povera mamma, pensava di essersi salvata nel non avere un figlio maschio e invece peggio di peggio. 
Io e le marce funebri siamo diventati un tutt'uno, non riesco a starne senza. I miei genitori conoscono così il rimedio alle mie paure, alla mia tristezza e a ogni tipo di malessere. Sono diventati complici della mia follia allo stato puro. 

Da cosa lo si può notare? Un semplicissimo esempio. Gli ultimi giorni d'estate ho deciso di fare una bella vacanza in ospedale e quando mi hanno portato al pronto soccorso e tremavo come una foglia per la paura delle analisi del sangue, mamma ha preso il cellulare e ha preparato Jone, la mia preferita. 

Così mentre una zanzara un po' più grande del solito mi tirava il sangue io sorridevo beata vedendo Gesù Morto e l'Addolorata nazzicare davanti a me. 

E non è finita qui… Nella stanza di questo albergo di lusso la signora del letto accanto mi aveva iniziato a chiedere mille informazioni sulla Pasqua tarantina e aveva finito con "Come camminano quegli incappucciati? 

Scesa dal letto, in pigiama e con il mio bordone particolare che terminava con una flebo mi sono messa a nazzicare. Non c'era più l'ospedale, la paura del dolore, la preoccupazione di quello che mi stava accadendo… 

Lì sulla mia spalla c'era la mia bellissima Mamma e io mi stavo facendo largo su via D'Aquino con la gente accalcata ai bordi delle strade… 

Eravamo solo io e Lei, nulla mi faceva più paura

domenica 16 novembre 2014

In bocca al lupo..Novizi !

Salvatore Pace

Come oramai di consueto il Giovedì sera in "casa confraternita" vuol dire funzione in onore di Gesù Morto ma vuol dire anche catechesi dei novizi.

E così Giovedi scorso è stata la serata inaugurale del percorso che porterà gli aspiranti confratelli e le aspiranti consorelle verso l'aggregazione del 16 luglio in occasione della ricorrenza della nostra Titolare.


44 tra uomini e donne si sono incontrati per la prima volta in Chiesa, nel modo solenne con cui il Consiglio ha da due anni voluto consacrare questo appuntamento, volti emozionati, qualcuno noto perchè figlio o figlia di confratelli anziani, qualcuno meno noto, magari primo nella famiglia a voler indossare lo Scapolare, ma tutti con la stessa emozione nel cuore.

Ed emozionato come al solito era il Priore che ha voluto salutare i novizi trasmettendo loro la passione che bisogna sempre provare quando si parla di "Congrega", emozionato sicuramente era Don Marco, felice di veder consacrare altre anime alla B.V. del Carmelo ed emozionati, perchè no, erano i numerosi Confratelli presenti, più o meno anziani, ai quali sicuramente torna in mente ogni volta il momento in cui erano loro i novizi e in cui varcarono per la prima volta i saloni della Confraternita.

Quindi può dirsi ufficialmente iniziato in ogni sua manifestazione l'anno sociale 2014/2015 del nostro Sodalizio, i giorni corrono e la settimana è quella che precede Santa cecilia, dunque, l'avvio, a Taranto, del periodo natalizio, un in bocca al lupo dunque ai 44 aspiranti e, soprattutto a tutti i confratelli e le consorelle, un augurio per trascorrere questo meraviglioso periodo dell'anno in compagnia delle persone che si amano e totale serenità.

giovedì 13 novembre 2014

….Servire la Confraternita, non servirsi di Essa….

Simone Russo 


E’ con questa frase che il nostro padre spirituale don Marco Gerardo teneva desta l’attenzione dei novizi in un giovedì sera di circa due anni fa. 

Rimasi molto colpito da quell’affermazione che diventò immediatamente il fondamento del mio spirito di confratello. Nei giorni successivi, pensavo come spesso l’attenzione della gente ricada maggiormente sui confratelli che si vestono e si incolonnano in processione, trascurando coloro che lavorano allacremente prima, durante e dopo lo svolgimento delle stesse per assicurarsi che tutto vada nel verso giusto.

Non nego che anche io facevo parte di quella categoria di persone, fino a quando un giorno non accadde qualcosa che cambiò la mia visione radicalmente. 

Mancavano pochi giorni alla Domenica delle Palme ed essendo la mia prima Settimana Santa da confratello scalpitavo per la tanto attesa prima volta con “i piedi a terra“ quando ricevo la convocazione ad una riunione con il priore. 

Ero stato chiamato a collaborare con il consiglio durante la processione dei Misteri occupandomi della banda collocata dietro la Sacra Sindone. Apparentemente nulla di speciale, dovevo solo accertarmi che i bandisti non avessero problemi durante il percorso e fare da tramite tra i portatori ed il maestro per le marce da eseguire. 

Al termine della riunione il priore si congedò dicendo a tutti :“Quella spilla che portate in petto, non vuol dire che siete diventati importanti a discapito di altri, ma vuol dire che siete investiti di un compito importantissimo ovvero essere al servizio della Confraternita”, riprendendo ciò che aveva detto don Marco sullo spirito di servizio disinteressato durante quell’incontro di noviziato. 

Dopo il pellegrinaggio tra i vicoli della città vecchia in un Giovedì Santo insolitamente freddo e piovoso, cominciò questa seconda esperienza totalmente diversa. Una notte difficile e faticosa, ma alla fine della quale mi sentivo felicissimo e soddisfatto per come ero riuscito a gestire la situazione per quello che mi competeva. 
La stanchezza mascherava un po’ l’emozione, detti il via al maestro per l’ultima marcia, lo salutai augurandogli buona Pasqua e seguendo la Sacra Sindone rientrai in Chiesa per un meritato riposo accompagnato dalle ultime note di “A Domenico Lemma”.

Quest’anno ho potuto capire veramente come è difficile organizzare la nostra Processione, quanto lavoro c’è dietro quel corteo penitenziale così amato da tutta la città e quanto sia importante l’esistenza di persone che credono fermamente nel valore del “…Servire la Confraternita e non servirsi di Essa…” perché è soprattutto grazie a loro che possiamo portare avanti la tradizione con l’ordine ed il decoro che da sempre ci contraddistingue e che per sempre ci contraddistinguerà.


mercoledì 12 novembre 2014

Le Chiese Mariane di Taranto: La Concattedrale

Antonino Russo

Il culto per la Vergine ha fatto nascere Basiliche, Cattedrali, o semplici chiese anche nella nostra Taranto della quale la Madonna è copatrona avendo salvato la città dal terremoto del 7 dicembre 1710.

La Concattedrale di Taranto è dedicata alla Gran Madre di Dio. Posizionata in un punto strategico della città per intuizione dell’Arcivescovo Motolese, è un’opera che si ama o si disprezza ma che non passa certo inosservata.

Il progetto fu quindi commissionato da Mons. Motolese, Arcivescovo di Taranto, all’architetto e designer Gio Ponti: fu l’ultima opera di questo artista che tanto ha dato al nostro Paese.

La prima pietra fu posta nel 1970 come ricorda l’iscrizione posta nella cappella del Fonte Battesimale.


La forma di questa chiesa ricorda una nave con una immensa vela alta 53 metri la cui simbologia richiama il legame di Taranto al mare ma amo pensare che rappresenti anche la Chiesa, mezzo che conduce a Cristo, che sovrasta il mare inteso nel suo significato biblico, cioè il “male”.

La vela presenta delle aperture realizzate, come dice Gio Ponti stesso, affinché possano sostare gli Angeli.

Davanti al sagrato, tre enormi vasche d’acqua che riflettono la facciata come uno specchio. L’acqua sgorga dal tempio anche come simbolo che purifica e benedice la città.

Nella chiesa inferiore, nella cappella del SS. Sacramento, c’è la cripta con la tomba di Mons. Motolese.

Entrando nella chiesa superiore che ospita oltre 3000 persone, colpisce l’essenzialità dei colori e l’assenza di immagini sacre. Le pareti sono di intonaco bianco e ruvide come le case pugliesi mentre l’altare è in pietra e ferro verde come i pavimenti che richiamano i fondali marini.

Sull’abside, sopra il Crocifisso, c’è un affresco realizzato dallo stesso Gio Ponti che raffigura l’annunciazione: è una immagine meravigliosa quella dell’arcangelo e della Madonna che ne nasconde un’altra, ovvero la SS. Trinità.

Analizzando l’immagine si nota infatti che la Vergine è avvolta da un manto blu e rosso – con il quale spesso è raffigurato Cristo, vero Dio e vero uomo, nella iconografia orientale – sorretto da due mani, quelle di Dio Padre. La Madonna si copre con il manto il suo ventre che per opera dello Spirito Santo, raffigurato con una colomba sul capo della Vergine, ospiterà Gesù.

“Ne timeas Maria” “Ecce ancilla Domini”. Un dialogo meraviglioso, uno dei passi fondamentali per la nostra salvezza.

Provate ad entrare nella chiesa superiore al tramonto: è in quel momento che la luce del sole ne valorizza maggiormente i colori consentendo di entrare in un maggiore clima di preghiera e comunione con Dio.

“L’architettura religiosa non è questione di architettura ma di religione” – Gio Ponti



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