domenica 12 aprile 2015

Le due albe della città vecchia

Valeria Malknecht

Quest’anno la nostra città vecchia, il cuore più antico della città di Taranto, ha avuto l’onore di assistere a due albe speciali.

In via del tutto eccezionale, quest’anno i primi raggi del sole hanno salutato il nuovo giorno illuminando non solo il volto straziato della Madre che cerca proprio figlio, ma hanno accompagnato quello stesso Figlio, lungo il calvario.

Via Duomo ed i suoi vicoli sono stati la cornice perfetta della nostra Processione dei Misteri.

Quelle piccole e strette strade, nella loro semplice intimità, hanno protetto ed “avvolto” Gesù nel suo cammino di Passione.


Al resto, ci hanno pensato i confratelli ed il popolo: i primi, protagonisti indiscussi di emozioni difficilmente spiegabili e ripetibili; i secondi, testimoni di una vera e propria magia.

È stato come essere davvero per le vie di Gerusalemme.

Quando qualche tempo fa la notizia che la Processione dei Misteri si sarebbe svolta in città vecchia è diventata ufficiale, il mio primo pensiero è stato di smarrimento.

Non immaginavo cosa avrebbero visto i miei occhi, né cosa avrebbe provato il mio cuore.

Sapevo solo che sarebbe stato molto strano vedere il Troccolante imboccare via D’Aquino girando a sinistra dopo piazza Carmine, piuttosto che a destra.

Dove si sarebbero messe le postazioni delle tv locali? A che altezza si sarebbe trovata l’Addolorata verso le 22?

Avevo paura di non avere dei riferimenti; quegli stessi riferimenti che per tutta la mia vita, fino all’anno scorso, erano stati costanti.

Ma poi, come tutte le cose che non si conoscono e che sono nuove, il mio atteggiamento è stato di curiosità e di attesa.

Quando finalmente quel portone si è aperto, è stato tutto chiaro.

È stato tutto semplice.

È stato tutto bellissimo.

È stato tutto un gran susseguirsi di meraviglia.

La prima: vedere le statue su via Garibaldi.

Gesù ha nazzecato lì, a pochi passi dal mare, per le strade di una città di pescatori. Lui che aveva fatto di semplici pescatori i propri discepoli e che aveva fatto di Pietro un pescatore di uomini.

La seconda: l’ingresso in San Cataldo.

La sosta questa volta è stata un momento di condivisione perché la Basilica è stata aperta al popolo.

Condivisione del freddo, della stanchezza, della preghiera e del nuovo.

Sì, era tutto nuovo e lo era per ciascuno di noi. Le statue erano perfettamente disposte alla venerazione dei fedeli fra le colonne della Basilica mentre, davanti all’altare, erano state disposte le statue di Gesù Morto e dell’Addolorata.

Dietro di loro, la Croce dei Misteri.

La terza: l’abbraccio di Via Duomo.

Per quanto stretta e “scomoda” per vedere la processione, Via Duomo era proprio la via di Gerusalemme.

È stato come vivere nella scena di un film famoso, quando Gesù porta la croce lungo le vie della città verso Golgota.

La gente che gli va incontro, il Cireneo che lo aiuta, le donne che lo piangono.

Quelle stesse strade erano state calcate poche ore prima dalla propria Madre, ed ora sono le vie su cui cade, su cui si rialza, su cui viene crocifisso e su cui i confratelli lo cullano morente.

La Madre che lo ha cercato e che lo ha pianto, ora lo ritrova lungo quelle stesse vie per seguirlo fino alla fine, sconsolata.

Infine, la meraviglia di questa seconda alba.

La notte fredda e buia è finita ed il cielo ha iniziato a tingersi di rosa e di azzurro.

L’alba è rassicurante, perché riporta il colore ed il calore, ed anche la processione si veste di una luce nuova.

Così come sorge il sole, anche Gesù è pronto a risorgere.

Il mio smarrimento non esiste più e diventa già malinconia di ciò che sta per finire.

Quest’anno la città vecchia ha vissuto due albe speciali.

La prima, quella del Venerdì Santo, ha accompagnato il pellegrinaggio di una madre.

La seconda, quella del Sabato Santo, quando ormai tutto è compiuto, vede quella stessa madre seguire il proprio figlio ritrovato, senza vita.

Sono lì entrambi, lungo il ponte girevole, e mi chiedo cosa avrebbe pensato Don Calò nel rivederli per le vie della sua città, durante quell’alba così nuova, così magica, così perfetta.



giovedì 9 aprile 2015

L'abbraccio della terra madre

Antonello Battista 

48 anni dopo la Città Vecchia riabbraccia i confratelli del Carmine e dedica loro dolci parole.

4 Aprile 1765 ore 05.00 del mattino io c’ero, ed ho visto la carrozza di Don Francesco Antonio Calò uscire rapidamente dal suo palazzo, l’ho visto varcare il ponte che collegava la città con l’allora campagna, di buon mattino infatti fu stipulato l’atto notarile col quale egli stesso chiedeva alla congrega del Carmine di perpetuare la ormai radicata tradizione di famiglia della processione del Gesù Morto e dell’Addolorata, tanto cara al mio popolo tarantino che al Signore chiedeva aiuto e protezione in tempi tanto difficili.

Io c’ero e ci sono sempre stata, io sono l’isola che fu dei Greci e dei Romani, sulle mie pietre San Pietro e San Marco hanno celebrato in questa terra la prima eucarestia, sulle mie sponde la divina Provvidenza ha chiamato San Cataldo a guidare la comunità cristiana, ho vinto fame, guerre, carestie e pestilenze, la modernità camuffata da spietata industrializzazione ha cercato di spazzare via il mio volto insieme ai millenni di storia che custodisco.

 La grazia del Signore mia ha fatto bella e nella mia natura continuo a mantenere nonostante tutto la magnificenza mozzafiato del mio splendore. I miei figli si sono dimenticati di me, come ci si dimentica di una vecchia foto conservata in un cassetto, accantonata, ma sempre lì a perpetuare la memoria.

3 Aprile 2015 ore 21.30 il Troccolante della Processione dei Misteri varca il ponte provenendo dalla Città Nuova, il mio viso si bagna con lacrime di felicità, finalmente i miei figli sono ritornati tra le mie braccia, quella tradizione che io ho fatto nascere, che ho visto svilupparsi che ho reso l’evento religioso più importante della città è tornato nella sua Terra Madre. 

Sulle mie strade avete riversato le vostre preghiere, le vostre speranze, i vostri piedi nudi sono stati il segno della vostra penitenza. Mi siete mancati figli miei, per 48 lunghissimi anni ho atteso il vostro ritorno, ed io mi sono fatta trovare per l’occasione più bella che mai. Ho calmato il vento al vostro passaggio sul ponte girevole, ho calmato il freddo pungente delle notti di primavera sulla marina, vi ho fatto attorniare dall’affetto dei miei tarantini in un fiume di fede sulla discesa del Vasto, vi ho sorretto nella salita sulla postierla della via Nuova.

Ma non mi è bastato. Volevo dimostrarvi tutto il mio amore e ve l’ho dimostrato regalandovi via Duomo in tutto il suo splendore. Il silenzio, la preghiera, i balconi addobbati e pieni di gente, le mura di quei palazzi trasudavano storia ed emozione al riecheggiare dei suoni dolci e strazianti delle marce funebri; ah quanto mi sono mancate quelle note nella notte del Venerdì Santo! 

Avete fatto felice la vostra Terra Madre figli miei, ho rivisto e ho toccato di nuovo i volti di quei Gesù e della sua Madre straziata dal dolore ed ho chiesto a loro per me e per voi, di allontanare da questa città le tante piaghe le la affliggono: perché ho sempre avuto solamente voi nel mio cuore.

Alla fine di questo mio pianto vi abbraccio tutti figli miei pellegrini, vi aspetto ancora e spero che sia per sempre, io farò di tutto per farmi trovare bella, amorevole e materna come non mai, ma voi figli miei non dimenticatevi di me! Non gettate l’oblio sulla mia storia e non trascurate la vostra tradizione religiosa della quale solo io ne conservo i segreti e ne conosco gli eventi.

Dal profondo del mio cuore vi dico: “Arrivederci Pellegrini, Prosit!”

Le foto dell'articolo sono di Edoardo Malknecht e Marino Ciardo 

mercoledì 8 aprile 2015

Tutto è compiuto

Nicola Carpignano

Anche questa Settimana Santa è giunta al termine, per noi confratelli quest'anno in particolare rimarrà a vita nei nostri cuori e sarà un ricordo indelebile perchè è coinciso con i 250 anni dalla donazione della famiglia Calò delle Statue dell'Addolorata e di Gesù Morto ed il ritorno della processione a Taranto Vecchia, l’ultima volta nel borgo antico risale ormai a più di 47 anni fa.

Con i nostri sacrifici abbiamo reso possibile tutto ciò, anche io nel mio piccolo in futuro potro' dire IO C'ERO, si perchè ho avuto la fortuna di aggiudicarmi una posta in processione davanti al Crocifisso, con la speranza che un giorno possa sorreggere quelle sdanghe sulle mie spalle.

Sono molto legato a quel simbolo e solo chi ha vissuto come me quel momento può capirmi. E' stata una lunga e faticosa notte, ma allo stesso tempo piena di emozioni. Mi trovo quasi davanti al portone all'uscita, mi calano il cappuccio ed esco. Quest'anno al mio fianco c'era mio cugino alla sua prima processione, molto più che emozionato! Dai piccoli buchi del cappuccio guardavo la gente che ci osservava, i tanti fotografi che volevano catturare ogni nostro particolare, l'arrivo sul ponte girevole è lì all'improvviso cala il silenzio fino ad arrivare in via Garibaldi, il calore della gente, le mani delle persone anziane che toccavano il Crocifisso.

L’ arrivo sulla scalinata, mentre salivo giratomi vedo oltre al Crocifisso salire la Sindone, sembrava davvero una piccola Gerusalemme, ero davvero emozionato e continuavo a ringraziare Gesù per tutto questo privilegio che mi aveva concesso. A fine processione mentre parlavo con il mio fraterno amico Antonello, mi diceva che un signore su un balcone della scalinata della Via Nuova urlava: “GRAZIE PRIORE!” il mio personalissimo grazie va a lui e a tutto il Consiglio d’Amministrazione perchè loro mi hanno permesso di scrivere la storia di Taranto.

 L'ingresso in San Cataldo ed il prosieguo fino al rientro è stato ricco di emozioni e di lacrime. Non lo nego ma mentre scrivo continuo ad avere gli occhi lucidi perchè quella notte e quei momenti sono ancora impressi nella mia mente.

Questa è la seconda volta che ho la possibilità di partecipare e sarà tatuata a vita nel cuore. Sotto quel cappuccio vedo diversi volti che si emozionano, i bambini che vogliono toccarti la mano, gente che prega davanti alla statua. 

Queste sono le mie parole più sincere e scritte così di getto, non riesco in realtà ad esprimerle appieno perché l’Anima Incappucciata vive solo di emozioni quelle che nel cuore lasciano un segno indelebile.

La "posta" del cuore

Luciachiara Palumbo 

Si pensa che una donna non possa provare le emozioni dei confratelli e non sappia cosa si nasconde sotto quel cappuccio bianco. 

Forse anche io in fondo ne ero convinta nonostante provassi, chiudendo gli occhi, a immaginare i sentimenti che animano tutti voi che partecipate come protagonisti allo spettacolo di fede più bello che esista. Ma l'immaginazione è divenuta realtà in una settimana santa come questa, in una settimana santa che a tutti noi indistintamente ci ha donato un qualcosa che sicuramente ci ha spinto a riflettere sempre di più sull'amore di Quell'uomo che nell'antico borgo oscillava salutando la sua vecchia casa.

Un vortice di emozioni quindi, un surplus di brividi che si nascondevano nella mia anima incappucciata. Anche io avevo il mio compagno fedele, anche noi siamo stati una posta, una semplice posta di tutti i nostri riti. Stanchi, distrutti, doloranti e con gli occhi che si chiudevano abbiamo percorso le vie di Cristo e lo abbiamo accompagnato finchè abbiamo potuto non lasciandolo mai solo. Ci teneva svegli la voglia di amarlo, la voglia costante di continuare a vedere quel sangue che fioccava sotto la corona di spine, la voglia di arrivare alla fine per conficcare i nostri occhi nel suo sguardo e dire "Ci vediamo l'anno prossimo".

Le nostre mani strette sulla mano ruvida della cascata e gli sguardi rivolti in alto per cercare i suoi occhi instauravano un legame sempre nuovo tra il Suo immutato amore per noi ed il nostro. Come potevano allora le lacrime non scivolare sulle guance mentre la bellissima Mamma rivestita di antico si faceva strada tra la folla e pareva piegarsi per toccare il velo del suo Diletto esanime. Eravamo stesi ai suoi piedi, imploravamo perdono per quest'anno passato tra ansie e dolori, per quest'anno in cui le nuove emozioni avevano scavalcato quel bellissimo silenzio di preghiera e di dialogo con Dio che ci rende forti, coraggiosi, felici. 

Nascosti nella calca abbiamo nazzicato, abbiamo retto il ritmo dei passi di Gesù e solo così abbiamo fatto scivolare il sonno via dai nostri occhi arrossati. Solo all'ultimo, alle sei di mattina di sabato quando ho capito che per quest'anno non potevo dare di più sono rientrata in casa ma non volevo lasciare il mio compagno da solo mentre vedeva andare via la nostra prima settimana santa insieme. Ed allora ci siamo accontentati di un divano e di studio cento. 

Il troppo freddo preso mi aveva stremato e sentivo il corpo stanco, terribilmente stanco. Le ultime note erano soffocate dai nostri singhiozzi e le mani strette fortissimo hanno ascoltato quei tre colpi che hanno aperto una pagina di dolore e tristezza. 

Ho racimolato le forze e mi sono alzata in piedi, mi sono affiancata alla sua spalla e gli ho detto "l'ultima marcia insieme". Sullo sfondo di A Domenico Lemma anche noi siamo rientrati col cuore in Chiesa e negli schemi della normalità. Quegli ultimi suoni hanno accompagnato l'abbraccio finale che caratterizza tutti i confratelli al termine della processione. 

Nelle braccia strette vi erano i ricordi dei quaranta giorni di attesa che hanno reso la Quaresima particolarmente bella e vi erano le prospettive per l'anno che verrà molto probabilmente ancora più intenso emotivamente… 

Quando poi le braccia si sono staccate è bastato un semplice sguardo per capire che il conto alla rovescia era iniziato…

lunedì 6 aprile 2015

Il nuovo, antico, abito

Claudio Capraro
(ndr articolo del 16 marzo 2015) 
Dopo la celebrazione della Santa Messa e prima dell’inizio della Via Crucis nella quarta domenica di Quaresima, domenica Laetare cioè della letizia, il padre spirituale dell’Arciconfraternita don Marco Gerardo, ha benedetto il restaurato abito della Vergine Addolorata. Si è svolta anche la cerimonia di consegna all’Arciconfraternita, della marcia funebre “A Francescantonio Calò” da parte del M. De Felice.

L’abito restaurato sarà quello che il simulacro della Vergine indosserà in occasione della processione del prossimo venerdì Santo, ritornando quindi a percorrere quei vicoli dove con quello stesso abito è passata nei secoli scorsi.

Questo abito è il più antico che si conservava in Confraternita. Vetustà dimostrata purtroppo anche dal precario stato in cui si trovava, dalla condizione del tessuto che si lacerava con un semplice tocco. Le fotografie più antiche che ritraggono la Vergine Addolorata con questo abito risalgono ai primissimi anni del XX secolo (1901/1905) e dopo una attenta ricerca tra i volumi della Platea della Confraternita, non si è trovata notizia alcuna negli anni precedenti a questi, della realizzazione di un abito per l’Addolorata. Tanto, quindi, ci porta a pensare come questo abito sia ben più antico di quanto possano testimoniare i documenti fotografici; che si tratti di abito antichissimo. Ci piace pensare, anzi sognare che mancando prove in senso contrario, perché no, potesse essere l’abito originario indossato dalla Addolorata quel 4 aprile del 1765.

Per rendere l’abito nuovamente indossabile, è stato compiuto un finissimo lavoro di carattere sartoriale da una artigiana nostra concittadina che, senza entrare nei dettagli tecnici, ha provveduto a sostituire le parti lacerate, a rinforzare internamente le parti lise con l’applicazione di una fodera. E’ stato ripristinato l’originale gallone e tutto il set di biancheria che la Vergine indossa al di sotto dell’abito, nonché il fazzoletto ricamato magistralmente.

La cintura finemente ricamata, invece, ha subito un intervento di restauro effettuato da un laboratorio partenopeo. Anche se di non altissimo valore intrinseco, la cintura riveste comunque un elevato valore affettivo e storico. Sono state riprese le parti rovinate dal tempo. Il tema del ricamo è sicuramente stato fonte di ispirazione per quelle realizzate successivamente che però man mano sono diventate più ricche in termini di disegni. Questa può, a prima vista, sembrare più povera nel fregio argenteo, ma sicuramente più genuina. Lo stesso color argento dei disegni risulterà più scuro di quello che siamo abituati a vedere da sempre, causa di ciò è l’usura del tempo. Quello che salterà subito all’occhio guardando la cintura saranno sicuramente le nappe, più grosse e di forma differente da quelle abituali. La parte inferiore dell’abito, infine, è libera non va a pareggiare come gli abiti più recenti. Passando poi dall’abito alla base della statua, onde evitare che i lumi che contornano la base nero e argento dell’Addolorata, possano subire danneggiamenti, come capitato alcune volte in passato, gli stessi sono stati resi più solidi con un trattamento al nichel.



Quando venerdì Santo la processione dei Sacri Misteri uscirà dalla chiesa del Carmine, tutta la città potrà ammirare questo storico abito. E percorrendo nuovamente quei vicoli dove tutto è cominciato, dove questi riti sono nati, da dove tutti noi veniamo, guarderà benevola tutta la popolazione che si rivolgerà a Lei. Si farà strada in spazi dai quali mancava da circa mezzo secolo, sempre con le sue sdanghe a pochissimi centimetri da quelle della bara del suo amato Figlio, spesso andando ad urtarci dolcemente contro. E vedendo quelle due statue e le altre sei, passare nei pressi del loro palazzo nobiliare, portate con fervente zelo da quei confratelli con la mozzetta crema, lassù don Diego guarderà il suo pronipote Francesco Antonio e gli dirà che quel giorno di aprile dell’anno del Signore 1765, fece sì una scelta difficile per la famiglia Calò, ma fu la migliore che potesse fare.

mercoledì 1 aprile 2015


Siamo arrivati ai "nostri giorni" il Nazzecanne vi da appuntamento a martedì 7 Aprile.

Buona Pasqua a tutti voi.

Le Statue della Processione - L'Addolorata

Luciachiara Palumbo

"Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima".

Siamo giunti al termine di questo nostro bellissimo percorso, fatto di emozioni, di descrizioni, di storia. Alle porte dei nostri cuori bussano la commozione, l'ansia e il dolore. E' ora di aprire loro e non fare più aspettare ma prima, prima di catapultarci nella frenesia di quei giorni, prima di abbracciare la croce di Cristo, la nostra stella e guida deve donarci un cuore nuovo da cui sgorga come sangue l'amore infinito verso di Lui. 

In chiusura ma all'origine di tutto compare colei che ho denominato in questo cammino Mamma e non Madre. Ma i tarantini lo sanno che lei non è solo la Madre di Cristo, lei è la nostra tenera e dolce Mamma, instancabile e eternamente accanto ad ogni suo figlio. 

Quel volto livido che non si stanca mai di guardarci, quelle braccia protese in avanti che non mostrano un cuore e un fazzoletto ma ci donano la protezione, il conforto e la condivisione di ogni singolo nostro dolore e quella bocca socchiusa che sussurra parole soavi… Tutto fa di Lei il nostro personaggio preferito tanto che anche coloro che ancora non sono mamme o che purtroppo non lo potranno essere le si stringono intorno, si nascondono sotto il lungo manto nero e adottano la Sua sofferenza come loro.

Attendiamo che l'unico volto femminile faccia la sua comparsa in piazza quando ormai nel buio della sera il colore del suo abito si immerge nel lutto del cielo, nel termine di una giornata, nella morte della vita. La rassegnazione di Maria è l'unica rassegnazione piena di speranza… Immobile ed impaziente aspetta la resurrezione del Figlio e la conversione del cuore di ognuno di noi.

Lei la Mamma di Taranto che sfila tra le via della città tra grida e preghiere stende il suo lungo abito su tutte le abitazioni in quelle notti ed uno ad uno raccoglie gli smarriti, bacia i malati, sorride ai bambini, sorregge gli atei e tutti ci raduna davanti alla bellezza del Vero Uomo che è morto, che è brutalmente morto per lavare il mondo e per donarci la Vera vita. 

Allora non posso che estendere come augurio una delle frasi più belle che nei miei diciassette anni abbia ricevuto. L'anno scorso una persona a me cara prima che entrassi in processione mi disse "Buonanotte con la Mamma".

 Non ci furono e non ci sono parole più belle per incominciare così un lungo, doloroso e faticoso cammino in cui il nostro compito è quello di portare nelle case e nei cuori di chi assiste la vera gioia cristiana che nasce dall'amore senza confini di un Uomo che offre la sua vita e dallo strazio della Madre.

 A tutti i miei confratelli auguro una meravigliosa notte accanto a Mamma per contemplare quel corpo bello dilaniato dai nostri peccati…
Copyright © 2014 Alessandro Della Queva prove