martedì 21 gennaio 2014

Il Crocifisso dei Misteri, un mistero da svelare.

Antonello Battista


Nella libreria di un Confratello che si rispetti, non possono mancare le opere dell’indimenticato Nicola Caputo, vero e proprio faro per chi come noi pone nella passione per i Riti della Settimana Santa un motivo di crescita e arricchimento culturale. Nicola Caputo è stato l’unico che in tempi non sospetti, ha messo ordine e ha dato un fondamento storico alle mille e più leggende circolanti sui Riti Tarantini, ponendo fine col suo lavoro di incessante ricerca alle più sciocche superstizioni e mettendo a tacere le più insinuanti maldicenze sulle tradizionali “gare”, ancor oggi ahimè, oggetto di un ipocrita e bigotto dibattito cittadino che, a mio parere, ha quel non so che di voyeuristico e delatorio.

Rileggendo il suo libro “Il Cammino Del Silenzio” edito dalla Scorpione Editrice di Taranto nel 2002, mi sono più volte soffermato a riflettere sul contenuto del quinto capitolo intitolato: “il Crocifisso dei Misteri o i misteri del Crocifisso?” e vorrei dunque nel mio piccolo omaggiare il nostro indimenticato Priore Emerito ponendo all’attenzione dei lettori di “Nazzècanne Nazzècanne” alcuni temi affrontati nel suddetto capitolo, che sicuramente molti di voi non conosceranno o sui quali non v’è chiarezza in merito.

Conosciamo pressoché tutto delle statue che compongono la processione dei Misteri, di Gesù Morto e dell’Addolorata si conosce benissimo la storia della Donazione di Don Francesco Antonio Calò e la loro provenienza Napoletana, sui “Tre Fratelli” del Manzo è stato addirittura scritto un libro, sempre di Caputo, sul Cristo all’Orto abbiamo altrettante confutate informazioni su autore (S. Sacquegna), donatori (fam. De Leonardis) e anno (1924). Nulla si sa invece sul Crocifisso che tralasciando la Sacra Sindone, un simbolo più che un simulacro, è stata presumibilmente la prima statua ad essere aggiunta alle due donate dai Calò. Si ma quale Crocifisso fu aggiunto? Sicuramente non l’attuale e il motivo è appunto spiegato da Caputo ne “ Il Cammino Del Silenzio” .

L’autore ci riporta indietro nel tempo nel 1814, anno della Restaurazione e della caduta dell’ Impero Napoleonico, e sulla “querelle” sorta in quell’anno tra la Confraternita del Carmine ed il Canonico Pietro Gigante rettore della Chiesa allora intitolata a San Napoleone, ovvero Monteoliveto, in Città Vecchia. (Sull’insolita intitolazione consiglio la lettura integrale del capitolo nel quale Caputo riporta la curiosa cronaca degli eventi storici riguardanti la Chiesa degli Ex Olivetani). Oggetto della lite era il Crocifisso Miracoloso, oggi conservato nell’omonima Parrocchia, che faceva gola a molti in quanto le offerte lasciate dai numerosissimi fedeli che lo visitavano potevano rimpinguare le casse di qualsiasi Rettoria o Casa Canonica. In quegli anni, il Crocifisso era stato collocato nella Chiesa del Carmine dopo l’editto Napoleonico che prevedeva la chiusura dei conventi e la soppressione degli ordini religiosi. L’antica dimora del Crocifisso Miracoloso era infatti la Chiesa di Sant’Antonio nel convento dei Francescani Riformati, che una volta sciolti per effetto dell’edito succitato trovarono come dimora per la sacra effigie proprio la chiesa dei Carmelitani. 

Nel 1814 per l’appunto, alla riapertura dei conventi i padri Francescani chiesero indietro il Crocifisso. Ma i Confratelli del Carmine ormai particolarmente devoti al simulacro, opposero qualche resistenza alla richiesta, perciò a dirimere la controversia fu chiamato l’Arcivescovo Mons. Capecelatro, assente in quel periodo da Taranto, che incaricò il suo vicario di fornirgli adeguate informazioni e carteggi affinché egli potesse correttamente giudicare la questione. Fin qui niente sembra particolarmente anomalo, se non che l’incaricato vicario fosse proprio detto Canonico Gigante Rettore di Monteoliveto, che suggeriva all’Arcivescovo di traslare l’immagine sacra come accomodamento tra i due litiganti, proprio nella sua Chiesa. 

L’opera di convincimento fu portata avanti con dettagliato carteggio tra il Presule e il Canonico che alludeva, contro i Confratelli del Carmine, a particolari insinuazioni di “condotte poco convenzionali” per spronare il Vescovo ad accondiscendere ai suoi consigli molto poco disinteressati. Insomma cambiano i tempi ma le lingue biforcute sono l’unica cosa che non passa mai di moda! 

C’è una parte di una missiva del Canonico che a noi interessa particolarmente, perché tra le varie ragioni che il Reverendo adduceva pro domo sua vi era quella che già (cito le parole del documento originale) “per due Fiate all’anno e per dieci giorni per ogni fiata (il Crocifisso n.d.r.) era ospite della d. Chiesa del Carmine” e che era quindi inopportuno ripetere questo compromesso poiché a detta del Canonico i Confratelli si erano resi autori di episodi poco edificanti. Questa precisazione del Gigante ci fa desumere dunque, che una di queste due volte nell’anno in cui in cui il Crocifisso era ospite presso il Carmine, fosse proprio durante la Settimana Santa e che il Crocifisso aggiunto alle statue storiche del Gesù Morto e della Addolorata nella processione dei Misteri fosse proprio quello Miracoloso e che per giunta questa era forse la ragione per la quale, i Confratelli del Carmine erano così poco disponibili al trasferimento del simulacro dalla loro Chiesa. 

I calcoli dell’ “operoso” Canonico Gigante riuscirono bene, poiché il Vescovo acconsentì alle sue richieste e ordinò su suo consiglio un “giro” di Crocifissi: quello Miracoloso doveva essere portato a Monteoliveto, quindi nella “antica casa” del Crocifisso, la Chiesa di Sant’Antonio, doveva essere posto un Crocifisso traslato dalla Cattedrale, mentre nella Chiesa del Carmine doveva essere collocato il Crocifisso della Chiesa dei Teresiani, ovvero la ex Chiesa di San Giovanni di Dio. Documenti ufficiali tuttavia che attestino la reale presenza in passato del Crocifisso dei Misteri nella allora Chiesa di San Giovanni di Dio e l’avvenuta traslazione, non ce ne sono e più volte Caputo nella sua opera richiama al beneficio del dubbio, ma d’altronde non ci sono elementi per screditare questa tesi e pensare che le disposizioni del Vescovo Capecelatro non fossero state osservate.

Possiamo dunque con queste informazioni aggiungere un altro tassello al mosaico storico della processione dei Misteri, affermando al termine della nostra analisi sull’opera di Caputo, che con tutta probabilità il nostro splendido Crocifisso dei Misteri proviene dalla ex Chiesa di San Giovanni di Dio (l’odierna Parrocchia del S.S. Crocifisso), a dimostrare un’ulteriore legame con questa nostra Parrocchia Sorella nel carisma e nella Vicaria. Notizie certe sull’autore e sulla provenienza della statua purtroppo ancora non ce ne sono, ma può darsi che più in là negli anni qualche altro ricercatore ed appassionato di tradizioni tarantine, magari Confratello, ci possa riservare la gioia di scoprire fonti storiche riguardanti il nostro meraviglioso simulacro.

lunedì 20 gennaio 2014

Protagonista (quasi) invisibile

Francesco Fornari


Si avvia al compimento dei 50 anni dalla sua installazione l’organo della nostra parrocchia, che fin dal lontano 1969 risiede sulla balconata sovrastante il portone di ingresso centrale.

Sonoro, entusiasmante, caldo, soave, spesso commovente. Questi sono alcuni aggettivi che vengono in mente nell’ascoltare le note emesse dalle sue canne. Sia che stiamo partecipando alla Santa Messa domenicale, sia che stiamo assistendo alla solenne rappresentazione della via Crucis animata dai Confratelli assieme ai bravissimi membri del coro. Costruito dallo storico laboratorio dei fratelli Ruffatti di Padova (www.ruffatti.com) è stato il protagonista invisibile di tutte le celebrazioni svolte fino ad oggi dall’epoca della sua installazione. Notevoli sforzi sono stati profusi per la sua messa in opera, tra i quali anche il rifacimento dell’intero balcone che lo ospita in quanto il precedente risultava troppo poco profondo.

Tra i nomi di coloro i quali fecero donazioni per il suo acquisto spiccano nomi illustri di allora e di oggi. La pergamena con l’elenco completo (con tanto di cifre) è oggi visionabile nel salone della Confraternita antistante la segreteria, ritrovata nei depositi dai collaboratori dell’attuale consiglio di amministrazione.
La pergamena con l'elenco dei donatori 

Esaminandola spicca il nome del compianto Franco Pizzolla, confratello storico e membro di diversi Consigli di amministrazione; Mons. Ridola, all’epoca parroco e Padre spirituale della Confraternita; Egidio Portulano, un confratello che, nonostante gli scarsi mezzi, ha voluto fare una cospicua donazione; Angelo Monfredi, storico sindaco tarantino dal 1957 al 1961 e noto esponente di Democrazia Cristiana in terra ionica. 
Ma non mancano nemmeno i nomi illustri femminili come quello della “nostra” professoressa D’andria, attuale direttrice del coro “Monte Carmelo”; Maud Bianchi Caramia, moglie del Priore della precedente amministrazione e Rosa Spartera Caminiti, discendente del Priore Caminiti, colui il quale acquistò le statue del cartapestaio leccese Giuseppe Manzo che, ancora oggi, portiamo in processione durante la Settimana Santa. Anche alcuni gruppi compaiono tra i nomi dei benefattori: il Liceo Paisiello, il gruppo rinascita cristiana, il terz’ordine domenicano ed i parrocchiani del Carmine tutti che figurano assieme in un’unica voce.

Personalmente ho notato che in anni di assidua frequentazione della Chiesa del Carmine è quasi come se avessi sempre dato “per scontata” la sua presenza in Chiesa senza mai soffermarmi sulla maestosità della struttura che lo compone e sulla bellezza delle note che riesce ad emettere. Scrivere questo articolo mi ha aiutato a conoscerlo e rivivere le sensazioni che è riuscito a trasmettermi e che spero voi possiate, come me, rivivere. La musica, oggi come ieri, svolge un compito essenziale e spesso sottovalutato in ambito liturgico. La sua presenza è fondamentale per il nostro pieno coinvolgimento in ciò a cui stiamo assistendo. Capace di toccare le corde dell’anima essa risuona potente durante le celebrazioni e rappresenta l’archetipo della pietà popolare. Essa “ha il compito di risvegliare la devozione, centro del sentimento religioso, perché da essa si arriva all'ammirazione, al nobile desiderio di cambiare e di considerarsi indegno di tanta nobiltà” [cit. Monsignor Pablo Colino, maestro di Cappella emerito della Basilica di San Pietro].

Immaginatevi come sarebbe assistere ad una via Crucis senza l’accompagnamento musicale composto da Padre Serafino Marinosci sui bellissimi versetti di Pietro Metastasio. E come poter non ricordare le note che ci accompagnano durante il pio esercizio dell’adorazione della Croce che compiamo tutte le domeniche di quaresima nella nostra chiesa, con le luci soffuse, affinché la protagonista sia lei, con le celebri marce funebri tarantine e le nostre grandi “nazzicate”, spalla a spalla al nostro Confratello, che abbiamo conosciuto durante il noviziato o con il quale siamo amici da tutta una vita e tutti insieme sentiamo i brividi che corrono ghiacciati sulla nostra schiena.

Quindi la prossima volta che avrete modo di presenziare in Chiesa durante una celebrazione accettate questo mio modesto consiglio: concentratevi su un ascolto più profondo della musica che accompagna il rito e fate in modo che essa giunga fin lì, nel profondo del vostro cuore.

Benvenuto "Il Pendio"!!!

Antonello Papalia
Priore


foto dal web
Sebbene le nuove tecnologie, la moltitudine dei mezzi di comunicazione e la tempestività dell’informazione abbiano allontanato in maniera preoccupante noi tutti, chi più chi meno, dal piacevole metodo della lettura tradizionale, è bellissimo vedere come proprio da chi della tradizione e della sua conservazione ne fa il senso primario di esistenza, sbocci un’iniziativa come quella che in questi giorni la Confraternita di San Domenico e dell’Addolorata, tra le tante, ha ideato finalizzandola all’approfondimento ed alla divulgazione della propria opera.

Il mensile “Il Pendio” rappresenterà un ottimo strumento per quanti desidereranno conoscere in maniera puntuale e più dettagliata l’intensa attività della Confraternita stessa, le idee che la percorrono, le iniziative ed i progetti futuri.

Sarà sicuramente un “luogo” d’incontro per quanti vorranno far sentire la propria voce, le proprie emozioni ed il proprio cuore di confratello. Potrà essere altresì uno strumento per meglio far comprendere, a chi non vive da vicino la Confraternita, quanto sia importante il ruolo che oggi esse svolgono con il loro impegno nel sociale ed a sostegno delle classi meno abbienti nonché del polo di aggregazione che rappresentano soprattutto se operano in contesti difficili e sensibili come quello della nostra cara ed amata città vecchia.

Al Priore, a tutti i Collaboratori di questa lodevole iniziativa va il mio personale plauso ed i miei più sinceri e sentiti auguri affinchè siano da incoraggiamento a credere fermamente in questo prestigioso progetto e ad affrontare con tenacia ed abnegazione il cammino di crescita spirituale e culturale che la nostra città richiede a gran voce.

domenica 19 gennaio 2014

La Madonna del Miracolo

Dal 16 al 20 gennaio la Parrocchia di San Francesco ospita, per la festa, Vescovi e comunità ecclesiali. Giovedì 16, ospiti la Parrocchia e la Confraternita del Carmine

Benedetto M. Mainini


Il 20 gennaio 1842 le cronache di Roma registrano un avvenimento prodigioso avvenuto nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, retta dai Frati Minimi di S. Francesco di Paola: la Madonna è apparsa ad un ebreo ventisettenne, Alfonso Ratisbonne, convertendolo istantaneamente alla religione cattolica. Il fatto destò enorme stupore all’epoca e rimane, ancor oggi, l’unica apparizione mariana nella Città eterna, tanto che la chiesa di Sant’Andrea è stata definita da Benedetto XV “l’unica Lourdes romana”. Venne poi insignita del titolo di basilica da Pio XII e elevata a titolo cardinalizio da Giovanni XXIII. La Vergine apparsa al giovane alsaziano fu effigiata su tela dal pittore Natale Carta (1800-1880), secondo le indicazioni dello stesso Ratisbonne e posta alla venerazione dei fedeli nel maggio 1842: la soavità delle fattezze umane della Vergine vi fa trasparire un’intima grazia e maestà densa di spiritualità.

Anche a Taranto la Madonna del Miracolo, Protettrice dell’Ordine dei Minimi, è particolarmente venerata nella parrocchia di S. Francesco di Paola, che conserva una reliquia (oltre a quelle della Santa Croce e del bastone e del rosario di S. Francesco) dell’apparizione: un pezzetto della tovaglia che ricopriva l’altare dove la Madonna posò i suoi piedi. Inoltre c’è una cappella laterale dedicata appunto alla Madonna con un’artistica tela, opera realizzata nel 1986, dall’artista F. Casadei.

Ma cosa avvenne di preciso? Il Ratisbonne, giovane rampollo di una ricchissima famiglia di banchieri ebrei trapiantati in Alsazia, all’età di 25 anni decise di fare un viaggio in Oriente. Egli era un ebreo solo di nome: infatti rideva di ogni convinzione religiosa. Contrariava la religione cattolica e il suo odio contro Roma dei Papi era così forte che ogni volta che gli si proponeva la visita di Roma la faceva trascendere alle espressioni più arrabbiate. Ma davvero le vie del Signore sono infinite!

Il giorno dell’Epifania del 1842 si trovava a Roma: non seppe mai spiegarsi come vi giunse! Mentre passeggiava si incontrò con un suo vecchio compagno di studi, il barone Gustavo de Bussière. Invitato alla casa di questi conobbe il fratello di lui, Teodoro, cattolico esemplare. In una successiva visita si intrattenne in conversazione con Teodoro, conversazione che divenne vivace perché scivolò nel campo religioso. Ad un certo punto Teodoro de Bussière presentò a Ratisbonne una medaglia dell’Immacolata, che accetta e si lascia porre al collo per non dispiacere l’amico; Teodoro gli consegnò anche il testo del “Memorare” di S. Bernardo, preghiera che Alfonso accetta con divertito interesse.

La mattina del 20 gennaio 1842 il Ratisbonne si incontrò con il barone de Bussière che lo invita ad una passeggiata. Giunti nei pressi della chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, Teodoro lo prega di attendere perché avrebbe fatto una breve commissione per i frati Minimi. Alfonso invece entra in chiesa per scoprire qualche monumento artistico. Un cane nero d’un tratto gli saltava intorno! Improvvisamente si sentì spinto da una forza sovrumana verso una cappella nella quale tutta la luce si era concentrata e vide sull’altare la Vergine Maria nell’atto di invitarlo ad inginocchiarsi. Ecco ciò che depose lo stesso Ratisbonne al processo canonico: “Vidi come un velo davanti a me. La chiesa mi sembrava tutta oscura, eccetto una cappella, quasi che tutta la luce della chiesa si fosse concentrata in quella. Alzai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce e vidi sull’altare della medesima, in piedi, viva, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa, la Santissima Vergine Maria, simile, nell’atto e nella forma, all’immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa dell’Immacolata. Mi fece cenno di inginocchiarmi nel luogo dove mi trovavo. Una forza irresistibile mi spinse verso di Lei, che parve dicesse: Basta così. Non lo disse ma capii. A tal vista caddi in ginocchio nel luogo dove mi trovavo; cercai varie volte di alzare gli occhi verso la Santissima Vergine, ma la riverenza e lo splendore me li faceva abbassare. Fissai le di Lei mani, e vidi in esse l’espressione del perdono e della misericordia. Alla presenza della Vergine, benché Ella non mi dicesse parola, compresi l’orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della religione Cattolica, in una parola compresi tutto”.

Quando il barone de Bussière dal convento rientrò in chiesa, scorse l’amico inginocchiato davanti alla cappella. Lo scuote due o tre volte. Finalmente Alfonso si volge verso di lui con le lacrime agli occhi. Tira fuori la medaglia Miracolosa e, baciandola, dice: “Era lei, proprio lei!L’ho vista, l’ho vista!”

L’Immacolata lo aveva illuminato! Il 31 gennaio 1842 Ratisbonne riceve il battesimo assumendo il nome di Alfonso Maria. In seguito divenne sacerdote e morì il 6 maggio 1884. Sulla tomba fu posta, per suo volere, la statua dell’Immacolata.
Il culto della Madonna del Miracolo ha avuto e continua ad avere significativi riconoscimenti, come la solenne incoronazione fatta dal Capitolo Vaticano nel 1892. Allo zelo dei Frati Minimi di S. Francesco di Paola è affidato il culto della Vergine. La vita stessa di S. Francesco è costellata dalla devozione verso Maria. La prima chiesa dell’Ordine (a Paola) volle dedicarla all’Assunta e così molte altre chiese, come quella di Taranto dedicata alla Madonna delle Grazie

Preghiamo affinché la Madonna continui a convertire i cuori di tanta gente, soprattutto di quelli che dicono di non credere in Dio.

giovedì 16 gennaio 2014

La "scuola" dei confratelli

Antonello Battista


Nulla nella vita di un confratello fa sperare, desiderare e palpitare come il noviziato.
Il noviziato è un’istituzione obbligatoria secondo quanto dettato dallo statuto diocesano delle confraternite, che prevede la frequenza di un corso della durata di un anno pastorale per tutti gli uomini e le donne che intendano iscriversi ad un pio sodalizio.

Ogni confratello ha vissuto il suo e ognuno l’ha vissuto in maniera particolare, facendo il conto alla rovescia e contando i giorni mancanti dal fatidico 16 Luglio, giorno della professione dei nuovi confratelli e delle nuove consorelle, sognando il momento in cui, vestito solo con un semplice camice bianco, avrebbe ricevuto sulle spalle lo scapolare e la mozzetta, simboli dell’appartenenza alla famiglia carmelitana.

L’amministrazione Papalia ha fortemente incardinato il noviziato tra i punti fondamentali per la rinascita della nostra confraternita, considerandolo come una fucina per le coscienze cristiane dei futuri confratelli e curando nei dettagli la preparazione catechetica dei novizi e la conoscenza della vita confraternale.

A dimostrazione dell’ottimo lavoro svolto e dell’efficacia di questi ritrovati “metodi educativi” ci piace proporvi le parole di Pietro Pozzessere, un novizio del corso di quest’anno sociale che in un’amichevole chiacchierata ha condiviso con noi di “Nazzecànne Nazzecànne” le sue emozioni ed aspettative.

Visibilmente emozionato al pensiero del giorno della sua professione, Piero alla domanda sul perché ha deciso di diventare un confratello del Carmine ha risposto cosi:
“Sin da bambino, pur non avendo una tradizione familiare alle spalle, sono sempre stato affascinato dalla solenne figura dei perdùne, dal loro incedere e dai loro piedi scalzi, che indicano sofferenza e penitenza e che inducono soprattutto i più piccoli alla riflessione sul perché questi fedeli compiano con così ardente naturalezza un gesto impensabile per molti”.

Ha continuato il nostro amico Piero:
“Per molto tempo allontanatomi dalla vita di fede, ho allontanato anche la mia infantile meraviglia nei confronti di quei pellegrini incappucciati, ma in un momento particolare della mia vita in pegno ad una promessa fatta ad un mio caro parente, ho deciso di riavvicinarmi alla fede e non poteva esserci mezzo migliore se non quello di diventare un confratello del Carmine”.

Sul suo parere personale riguardo l’utilità del corso di noviziato da lui quest’anno frequentato, ha entusiasticamente affermato:
“In Casa Confraternita si respira un’aria familiare, mi sento già uno di loro, apprezzo tantissimo la vicinanza di Don Marco a noi novizi non solo in senso spirituale e catechetico, ma anche umano. Sono entusiasta dell’iniziativa della preghiera al “Gesù morto” del Giovedì, emozionante nella sua liturgia, alla quale noi novizi partecipiamo attivamente prima di salire nel salone per la consueta catechesi tenuta dai maestri dei novizi e da Don Marco stesso”.

La nostra conversazione con Pietro si è conclusa coi nostri più sinceri auguri per la futura professione e per una vita serena, domandandogli quali fossero le sue aspettative:
“Sono in attesa spasmodica del 16 Luglio, non vedo l’ora di indossare l’abito di rito, tutt’ora palpito quando lo provo con la sarta che me lo sta confezionando, lo sto curando nei dettagli come ogni buon confratello fa; la maniacale attenzione per il decoro - ci hanno spiegato – è prerogativa essenziale per l’immagine stessa e per il buon nome della confraternita”!

Le accorate parole di Piero sono linfa vitale per la speranza che le nostre secolari tradizioni custodite da altrettante secolari istituzioni come le confraternite, non muoiano mai.

Perché guai a cancellare le tradizioni, e quelle religiose in particolare, poiché esse sono l’identità di un popolo, la sua memoria nel tempo, talvolta l’ancora di salvezza alla quale aggrapparsi in epoche di tempesta come la nostra. Un popolo e una città senza storia sono destinati alla rovina, all’oblio, alle barbarie culturali di un idiosincratico e cieco modernismo e il noviziato delle confraternite con la sua “educazione” alla tradizione religiosa e popolare è l’avamposto contro l’ignoranza della distruzione identitaria.

Tutto ciò l’Arciconfraternita del Carmine l’ha capito molto bene e spende tutte le sue energie e le sue migliori capacità nella formazione dei novizi, che si spera saranno un domani ottimi confratelli e ottime consorelle, nonché e soprattutto dei buoni Cristiani.      

mercoledì 15 gennaio 2014

L'immagine dell'Addolorata nella Processione dei Sacri Misteri

Giovanni Schinaia
(Settimana Santa 2012)


La Vergine Addolorata: l’ultima delle otto statue che compongono la Processione dei Misteri tarantina.
Chi, fra i Confratelli del Carmine, ha avuto almeno una volta nella vita il privilegio di portarla in processione, lo sa bene: l’Addolorata è una statua “particolare”. Avanza infatti in un silenzio che pare surreale, se confrontato con l’importuno baccano e il disturbevole vociare dei curiosi e dei pagani che, frammisti ai devoti fedeli, si affacciano a dare un’occhiata, spesso distratta e sufficiente, ai nostri Riti.

Piange la Vergine, lo sguardo dolcissimo e straziato rivolto pochi metri più in là, verso la Croce su cui è drappeggiato il velo sindonico, e verso il feretro del divino Figliolo, anch’esso dondolante sulle forti spalle dei nostri Confratelli penitenti. Piange la Vergine, le mani protese in avanti quasi a ostendere l’Immacolato Cuore di madre, trafitto, protese ed allargate quelle mani, quasi ad abbracciare a quell’Immacolato Cuore, l’umanità anch’essa ferita e sofferente, spesso senza che neanche se ne renda pienamente conto; anche quell’umanità gaudente e beota per la quale i giorni santi della Passione non sono che occasioni per delle notti bianche fuori stagione; anche quell’umanità apostata e decadente che, rinovellando l’ingrato affronto dei cafoni di Gerusalemme di duemila anni fa, non perde occasione per gridare ancora oggi al Pilato di turno: Crucifige, crucifige Eum!

La Madre piangente sembra abbracciare tutta quella variegata umanità che, senza bisogno di parole, riesce a ridurre al silenzio almeno per il tempo del suo incedere lento e maestoso, solenne e regale, al passo incerto della “nazzicata” sulle sicure spalle dei portatori scalzi e dei forcellieri. Lo schiamazzo è costretto a tacere; chi stava ridendo fino ad un attimo prima, recupera una compostezza e una serietà di cui forse non si sapeva neanche capace; qualcuno dei pagani o degli apostati arriva addirittura a scarabocchiare sul viso e sul cuore un segno di Croce. Chissà! Forse è iniziata una conversione. Forse qualche “lontano”, guardando passare l’immagine della Madre dei Dolori, guardando le Sue mani che, protese in avanti, sembrano indicare il divino Redentore Crocifisso e sepolto, ha sentito in cuore quelle stesse parole che Lei, indicando il Maestro, aveva rivolto ai servitori del banchetto a Cana; “fate quello che vi dirà!”

È una statua particolare, quella dell’Addolorata, i Confratelli lo sanno bene: spesso nelle lunghe ore di cammino, quando la nazzicata si fà profonda, magari sul canto melodioso dei flicornini e dei legni, capita di avvertire, cupi e sordi, gli scricchiolii della pesante base sulle lunghe sdanghe. In quelle ore si impara a riconoscerli, quelli scricchiolii, si impara ad aspettarseli, e si finisce per amarli quando, al termine della processione, ripiegati i propri abiti di rito e tornati agli usati giorni, insieme alla fatica per il pesante fardello sulle spalle, li si depone per sempre nel tesoro dolcissimo e personalissimo, intimo e unico, dei ricordi legati alla Settimana Santa.

Fra non molto la Confraternita del Carmine celebrerà con grande solennità i duecentocinquanta anni del proprio singolare privilegio: la Provvidenza, per la donazione del nobile don Francescantonio Calò nel 1765, ha voluto che fosse proprio la nostra Confraternita, nel giorno del Venerdì Santo, a celebrare a Taranto quella sorta di funerale solenne del Signore Gesù che è in definitiva la processione dei Misteri. È da quell’anno 1765 quindi che tanti, tantissimi nostri Confratelli hanno prestato le proprie spalle perché fossero, per una sera e una notte, il trono della Vergine in lacrime, un trono dondolante che innalza l’immagine della Madre sulla folla incontenibile di quei fedeli che, solo poche ore prima, il Signore aveva affidato come figli proprio a quella stessa Madre. Una scelta, quella della Divina Provvidenza, che costituì a suo tempo quasi una crismazione per la nostra Confraternita alla quale da allora, aggiungendola alla costitutiva vocazione mariana, fu impresso l’indelebile carattere della Compassio Domini e della Compassio Virginis.

Ma la devozione per l’Addolorata non giungeva a Taranto solo in coincidenza con quell’evento. Anzi! Si può dire che già costituiva da sempre, uno degli elementi caratterizzanti dell’identità cristiana di questo popolo. È almeno a partire dal IV secolo che i Padri latini hanno identificato il dolore di Maria con la spada della profezia di Simeone. Un dolore iniziato per Maria, a partire dal momento stesso del suo“ecce ancilla Domini”, con un concepimento tutto ancora da chiarire al suo promesso, con una nascita in un ricovero di fortuna perché “per loro” non c’era posto altrove, con l’inquietante profezia di Simeone, con la fuga in Egitto, con lo smarrimento del giovinetto Gesù al tempio, e poi con l’abbandono di quel figlio da parte di tutti quegli amici che fino a poco prima lo avevano riconosciuto e seguito come maestro, e infine con la tragedia del processo, della condanna, della crudele esecuzione di quel figlio, e della sepoltura di lui nella nuda terra.

Fra gli apostoli del culto dell’Addolorata si ricordano i dottori Sant’Anselmo e San Bernardo di Chiaravalle, il beato Jacopone da Todi, a cui è attribuita la laude Stabat Mater, che nel ‘700 sarà accolta anche nella liturgia, e soprattutto i sette nobili fiorentini che, nel 1233, presero per i propri abiti il colore nero del lutto di Maria, e si ritirarono in penitenza sul monte Sanario, ponendosi sotto la protezione della Vergine Addolorata: erano i Santi Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria che da allora propagherà nell’ecumene cristiano il culto per l’Addolorata. Si diffusero anche dei tipi iconografici: la Madonna, sempre vestita a lutto, portava in mano, o sul petto, il cuore flammato trafitto, solitamente da uno, cinque o sette stiletti. Rispetto all’iconografia tradizionale la nostra Addolorata reca nella destra, in una delicatissima postura, un cuore flammato trafitto però solo da tre stiletti, e nella sinistra il fazzoletto bianco. È vestita a lutto, nella foggia secentesca nobiliare. Sotto il velo nero, sul capo, veste una finissima mantilla. Il volto è leggermente reclinato, l’espressione afflitta eppure ieratica.

Contempliamo allora questa dolcissima icona che chiude la nostra processione dei Misteri: con gli occhi del cuore sentiamo il dolore della Madre, ma è quella Madre che al nostro stesso cuore, al suo passaggio, infonderà la speranza certa con cui, insieme a Lei, attenderemo, con trepidante fervore, la luce della Resurrezione.

Stava presso la Croce di Gesù
Sua Madre…

martedì 14 gennaio 2014

La storia di Ludovica , uniti per sconfiggere la "fibrosi cistica"


Luca Bucci

Si sente spesso raccontare dai confratelli di quel senso di solitudine, o per meglio dire di silenzio, che si vive una volta calato il cappuccio bianco sul viso per un pellegrinaggio o una processione.

In quel momento tutto ciò che accade all’esterno sembra quasi svanire e, come per magia, ecco che inizia il nostro dialogo con Dio, quell’amico che troviamo ovunque ed in ogni momento della nostra giornata ma che solo in particolari condizioni abbiamo quasi la sensazione di sentirne la voce.

Ed è proprio in questi momenti di silenzio interiore che l’amico e confratello Mimmo Pricci prega per sé, la sua famiglia ed in particolar modo per la sua primogenita Ludovica di 4 anni.

Ho avuto il piacere di passare con lui un paio d’ore davanti ad un buon caffè e di ascoltare una storia, la sua storia, la storia della sua bambina, Ludovica, malata di Fibrosi Cistica.

Questa tremenda malattia colpisce all’incirca nel 25% dei casi compromettendo la funzionalità di diversi organi fondamentali, primi fra tutti i polmoni; in molti casi, trattandosi di patologia genetica, i primi segnali si possono riscontrare quasi dalla nascita. Esisterebbe, infatti, uno screening prenatale (uso il condizionale perché purtroppo alle tante “eccellenze” tarantine si aggiunge anche questa – la Puglia è una delle pochissime regioni italiane dove ancora non si effettua questa pratica) atto a verificare lo stato di salute del nascituro mediante accurate analisi.

Grazie a questo, Mimmo e sua moglie Lisa, sarebbero stati in grado di sapere pro tempore che la bambina era affetta da Fibrosi Cistica e che necessitava di specifiche cure mediche.

Al contrario, si sono ritrovati a dover ricoverare, con una grave crisi respiratoria, la bambina nata da pochissimo e come in un brutto sogno, percorrere quel maledetto bivio tra la vita e la morte ed avere la voglia di gridare al mondo la propria rabbia.

Ed è proprio in questo momento che Mimmo sfoggia un gran sorriso e con mio grande stupore mi dice: “Luca, ho fatto l’unica cosa che in quel momento era in mio potere…ho pregato Dio e la Madonna!”

Non nascondo il mio senso di smarrimento, lui mi parlava ma io mi chiedevo: “come fanno due ragazzi di 30 anni a sopportare tutto questo? Dove trovano la forza di non arrendersi mai?” Beh, la risposta è semplicissima…nell’amore verso Dio che gli ha donato un fiore malato chiedendo loro di curarlo, coccolarlo ogni giorno, farlo crescere e renderlo sempre più luminoso e colorato.

Fu proprio un Giovedì Santo che Mimmo e sua moglie vennero finalmente messi al corrente della diagnosi definitiva: Fibrosi Cistica. Loro, ovviamente, si sentivano smarriti, impauriti…ma soprattutto, completamente ignari di cosa tutto questo comportasse.


Sin da subito hanno dovuto rimboccarsi le maniche, ritrovare le forze per affrontare un problema decisamente serio e farlo nel miglior modo possibile affinché anche la bambina, crescendo, imparasse sempre meglio ad accettare le difficoltà e le attenzioni dovute per vivere il più serenamente possibile questo dramma.

Sono iniziate cosi delle pratiche giornaliere sempre uguali ma necessarie allo star bene di Ludovica: aerosol 3 volte al giorno, antibiotici, pillole di enzimi per la digestione ed una serie di ricoveri di routine, in alcuni casi d’urgenza dovuti anche ad un raffreddore o ancor più semplicemente all’aria inquinata che quotidianamente siamo costretti a respirare e che in patologie di questo tipo incide in maniera esponenziale.

Certo, mi raccontava, non sono mancati i momenti di debolezza, quella sensazione di non farcela, di guardare negli occhi Ludovica ed avere il timore di non essere all’altezza ma, proprio in quei momenti, hanno avuto la forza di voler sentire vicino il Signore, Lo hanno cercato, hanno chiesto Lui l’unica preghiera possibile: sconfiggere questo brutto male ma, nel frattempo, dar loro la forza di affrontarlo ogni giorno con serenità; e con quella stessa serenità hanno deciso di avere un secondo figlio, perche l’amore di Dio non conosce ostacoli…e da quell’amore è nata la piccola Fatima, Viola (nome che vien fuori dalla devozione di Mimmo verso la Madonna di Fatima e dal fatto che fosse proprio il viola il colore preferito della sorellina maggiore, Ludovica).Credo che due degli aspetti che più mi hanno colpito e commosso di Mimmo, siano stati proprio questa sua gran fiducia nella ricerca ad una cura ma, soprattutto, l’amore incondizionato verso il Padre che non ha voluto punirli bensì, parole sue, li ha voluto fare questo grande dono, e che Lui stesso li avrebbe sostenuti nelle difficoltà. Ed è proprio cosi che Mimmo, Confratello presso l’Arciconfraternita del Carmine ma anche presso la Confraternita di San Domenico, affida nelle mani del Signore e della nostra Madre Santissima il cuore di Ludovica, i suoi sorrisi, le sue mille domande, la sua voglia di vivere.

Convinti del loro percorso, Mimmo, membro del direttivo della LIFC Lega Italiana Fibrosi Cistica Puglia con sede al Policlinico di Bari (http://www.fibrosicisticaricerca.it/ , http://fibrosicistica.it/ ) e Lisa sua moglie, delegata per Taranto della FFC Fondazione Fibrosi Cistica con sede a Verona (http://www.mondoffc.it/Delegazioni/delegazione-ffc-di-taranto), si battono con gran veemenza proponendo iniziative ed eventi al fine di raccogliere dei fondi e far si che la ricerca continui e dia risultati incoraggianti come è accaduto negli ultimi anni. Mimmo ci tiene a sottolinearmi che, a differenza di tante associazioni fantasma con raccolte fondi fasulle, queste due organizzazioni, che anche loro rappresentano sempre in prima linea, promuovono la Donazione Sicura, che attraverso un organo di controllo, informano i propri donatori mettendoli costantemente al corrente dei progressi fatti.

Ho voluto chiudere questa chiacchierata/intervista chiedendo a Mimmo un monito, uno slogan che potesse far capire fino in fondo il coraggio di un padre ed una madre che vogliono continuare a vedere sul viso della propria figlia un sorriso sincero e quella voglia di vivere che solo una bambina sa trasmettere; tirando ancora una volta il fiato e sfoggiando il suo miglior sorriso, mi ha risposto:

“Uniti per sconfiggere la Fibrosi Cistica!”.
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