martedì 11 novembre 2014

11-12 novembre 1940: la notte di Taranto e San Cataldo



G.S.

L’11 novembre del 1940 la città di Taranto fu sottoposta a una delle prove più terribili del secondo conflitto mondiale. L’"operazione del giudizio" (Operation Judgment), fu scatenata contro Taranto dalla aviazione britannica.
Oltre alle forze navali concentrate in Mar Grande e Mar Piccolo, furono colpiti anche l’Ospedale Civile e alcuni quartieri residenziali, provocando un alto numero di morti anche fra i civili.

Esattamente 5 mesi dopo quella data, per i tipi della Pia Società San Paolo a Roma veniva pubblicato un opuscolo del prof- Sac. Filippo Berzano dedicato a San Cataldo.
Il legame fra la pubblicazione i recenti eventi bellici è evidente già nel frontespizio dell’opera:

San Cataldo, il Taumaturgo di Taranto
Speciale Patrono dei nostri soldati

L’opuscolo, come di consueto per le pubblicazioni paoline, presenta l’imprimatur della curia vescovile di Alba (12 aprile 1941, can. Pasquale Gianoglio, Vicario Generale) e dopo il frontespizio presenta la seguente dedica:

A SUA ECC.ZA REV.MA
Mons. FERDINANDO BERNARDI
PRIMO PRESULE DEL SETTENT. D’ITALIA
SALITO SULLA VETUSTA E GLORIOSA CATTEDRA
DI SAN CATALDO
ALL’INSIGNE CAPITOLO METROPOLITANO
AI TARANTINI PURO SANGUE CATALDIANO
QUESTE UMILI PAGINE
CHE RIEVOCANO LE VIRTU’ E LE GLORIE
DEL TAUMATURGO PATRONO DI  TARANTO
L’AUTORE OFFRE.


In circa 120 pagine quindi, divise in 23 capitoli, l’Autore ripercorre la vicenda biografica del Santo e offre un florilegio dei miracoli attribuiti alla Sua intercessione.
Interessante il capitolo dedicato alle preghiere al Santo. Dopo il testo di una novena è riportato quanto segue:

Preghiere e responsorio contro le incursioni aeree
e per ottenere la pace

O inclito dispensatore di grazie e operatore di prodigi, gloriosissimo San Cataldo, che sovvenisti e sovvieni continuamente a tutte le necessità temporali e spirituali del tuo popolo e de’ tuoi divoti, ascolta la voce dei figli tuoi che a te ricorrono in quest’ora di comune afflizione.
Non badare alla nostra indegnità, ma alla fiducia che noi, tuo dilettissimo gregge, riponiamo in te, nostro sostegno e nostro consolatore. Ricordati delle tue promesse e continua, vigile sentinella, a difendere la tua città, l’intero tuo gregge e il suo Pastore dalle insidie dei loro nemici. Distendi le ali della tua protezione e salva l’incolumità della nostra vita, delle nostre famiglie, dei nostri soldati e proteggi dall’onda devastatrice le nostre case, le nostre opere e i nostri campi. Fa che nessuno di noi abbia miseramente a perire. Così. Sicuri sotto l’usbergo del tuo valido patrocinio, potremo operare in pace la nostra eterna salute e amare e glorificare maggiormente il Signore che ti ha reso grande e potente in favore di noi miseri mortali.
Tre Gloria Patri.

O zelantissimo Padre e Pastore d’una porzione eletta del gregge di Cristo, benignissimo San Cataldo che, a prova del tuo amore per noi ci lasciasti, dono prezioso, la tua lingua incorrotta con cui lodasti il Signore, confermasti i vacillanti nella fede e consolasti i cuori afflitti, pèrora presso il trono di Dio la causa della nostra salute.
Prega, qual novello Mosè, la divina bontà a mostrare a noi i tratti della sua divina misericordia, perdonando le nostre offese e scongiurando da noi il ben meritato castigo per le nostre colpe. Noi, stretti ai tuoi piedi come figli amorosi, ti promettiamo di voler da ora in poi camminare sul retto sentiero della giustizia e della fede che tu ravvivasti in Taranto dissipando i resti del paganesimo e sventando le insidie delle eresie; affinché, puri nei costumi e santi nelle opere, possiamo essere degni di conseguire la gloria del cielo.
Tre Gloria Patri.

O singolare paciere delle anime, mestissimo San Cataldo, che la pace attinta alla culla di Betlem infondesti e stabilisti nei cuori agitati dall’odio e oppressi dall’amarezza del peccato, volgi pietoso il tuo sguardo ai gravi bisogni in cui versa la presente umanità.
Una lotta cruenta e spaventosa dissemina strage e morte nella terra, nel cielo, nei mari d’Europa. Ti commuovano, amorosissimo Pastore, il sangue di tante vittime innocenti, il gemito di tante madri e di tante spose che trepidano sulla sorte dei loro cari; giungano propiziatorie al tuo cuore le preghiere fiduciose delle anime giuste e il grido dei cuori innocenti. E interponi per noi e per tutti presso l’Altissimo la tua valida intercessione perché il benignissimo Iddio affretti l’ora sospirata della pace quando, cessata ogni ostilità tra popolo e popolo, caduta ogni barriera tra nazione e nazione, ricomposta ogni cosa nell’ordine e nella giustizia, possiamo gustare i frutti soavi di quella santa fraternità per cui Cristo versò tutto il suo sangue preziosissimo. Così sia.
Tre Gloria Patri

(Indulgenza di 100 giorni)


RESPONSORIO
A san Cataldo Protettore di Taranto contro le incursioni aeree nemiche

Catalde, vir mirabilis
Pastor Tarenti liminum
.a grege tibi credito
belli tormenta remove.

Tu, qui potenti dextera
fretum caelumque  temperas,
auxilium tuum rogantibus
aures benignas porrige.

Amore nostri percitus,
noxia dum pellis corpori,
mentes tu nostras renovans,
a culpae malo protege.

Tu, qui potenti…

Gloria Patri et Filio et Spiriti Sancto.

Tu, qui potenti…

V). Ora pro nobis, beate Catalde
R). Ut digni efficiamur promissionibus Christi

OREMUS
Deus, qui in Sancto Pontifice tuo Cataldo pro fidelibus tuis praesidium contra hostes anima et corporis constituere digantus es: presta, quaesumus; ut protectione sua sempre adiuti, ad supremum Pastore animarum puris mentibus pervenire valeamus.
Per Christum Dominum nostrum. Amen

(Indulgenza di 100 giorni)


lunedì 10 novembre 2014

Taranto -Siviglia ..un filo di passione

Umberto De Angelis


L’estate scorsa ho avuto l’opportunità di trascorrere qualche giorno di vacanza a Siviglia e oltre ad ammirare l’imponente Cattedrale, i tanti monumenti e la bella città, ho cercato informazioni dirette da chi vive in città e segue i riti della Semana Santa.

Avevo già letto l’articolo del 30 Gennaio 2014 “I nostri Riti..chi ha influenzato chi..” di Antonello Battista, che ha ben circostanziato l’origine storica e volevo cercare qualche testimonianza diretta.

Molto spesso infatti abbiamo sentito che i nostri Riti della Settimana Santa hanno origine da quelli spagnoli. Concordo con la tesi di Antonello che nella disputa fra diretta derivazione spagnola e completa indipendenza dei nostri riti da quelli iberici, ci possa esser una “terza via” che in un certo senso tiene conto dell’una e dell’altra.
Abito di rito 


Senza scendere in un’approfondita analisi storica, ma solo considerando che dal trattato di pace di Cateau-Cambrésis (2/3 aprile 1559) e fino alla fine della “guerra di successione spagnola” (combattuta dopo la morte di Carlo II di Spagna -1700), che si concluse nel 1713 con il trattato di Pace di Utrecht, nel sud Italia c’era stata la dominazione spagnola, è plausibile che ci sia stata una certa influenza culturale spagnola nei primi Riti tarantini di cui abbiamo memoria storica, se non altro per alcune analogie di simboli e di organizzazione.

La datazione dei primi riti si inquadra proprio nel periodo finale della dominazione spagnola durata più di 150 anni, come si può leggere nell’articolo di Mattia Giorno sulla famiglia Calò - “I Calò la famiglia della donazione” del 31 Marzo 2014: “… bisogna ora far riferimento a Don Diego, fratello del nonno di Francesco Antonio, e reale padre della processione dei Misteri. Forse, (Nicola Caputo, “Il cammino del silenzio”), fu nel 1703, anno in cui giunse a Taranto una terribile carestia, che Don Diego, spinto da animo cattolico, decise di far costruire a Napoli le due statue, convinto che per il tramite della penitenza e della devozione la città si sarebbe potuta riprendere dalla brutta pestilenza. …” La richiesta di costruire due statue probabilmente si deve essere ispirata alla “tradizione” del tempo che prevedeva anche in Spagna nelle processioni pasquali la presenza di due statue: una raffigurante Gesù e l’altra raffigurante la Madonna.

Con gli occhi del confratello ho voluto osservare quali analogie possano essere rimaste dei riti attualmente svolti nella nostra Settimana Santa e nella Semana Santa di Siviglia.

Il mio interlocutore è stato un ristoratore italiano che vive da 25 anni a Siviglia e che segue con attenzione i riti. A parte le sue informazioni, sono andato in una hermandad (confraternita) di Siviglia fra le più importanti, quella della Madonna della Speranza Macarena che ha sede nella Basilica della Macarena ed ha anche un suo museo sui riti della Semana Santa.

La Semana Santa a Siviglia è uno degli appuntamenti religiosi più solenni che vive la città. Questi Riti si svolgono fin dal XII secolo e oggi, in virtù anche di una grande attività pubblicitaria nei circuiti turistici, attraggono più di un milione di persone da ogni parte d’Europa per il “clima” che si vive in città nella settimana e che precede la Pasqua.

Nella Semana Santa ci sono circa 60 confraternite che portano in processione le immagini relative alla Passione di Cristo.

Ogni giorno dalla Domenica delle Palme, statue e raffigurazioni sceniche sacre sfilano in lunghe processioni per le vie della città, partendo dalla chiesa dove ha sede la confraternita (cofradia/hermandad) lungo la Avenida de la Constitucion fino all’arrivo nella Cattedrale di Santa Maria della Sede, la più grande cattedrale gotica al mondo, Patrimonio dell’Umanità UNESCO insieme alla Giralda (il Campanile della Cattedrale).

Ogni processione organizzata da una confraternita porta solitamente due “pasos”, raffigurazioni della Passione di Cristo, uno dedicato a Gesù e l’altro alla Madonna. Questo può essere proprio un riferimento di cui molti parlano e a cui abbiamo accennato, relativo all’inizio dei nostri Riti nelle processioni della famiglia Calò con le statue di Gesù Morto e dell’Addolorata.

La processione è in genere aperta dal labaro della confraternita o dal gonfalone (quello della Macarena è nero con stemma centrale, la tipologia è simile a quella della nostra preocessione). I confratelli vestiti con abito di rito sono chiamati: “nazarenos” e indossano le scarpe, in testa hanno il “capirote” (il cappuccio con la punta alta e dritta) e i “penitentes” che in genere portano le croci (come i nostri crociferi) e sono a piedi nudi. I confratelli, molti dei quali portano grandi ceri, precedono le statue o le scene della passione che poggiano su grandi basi ondeggianti sorrette dai “costaleros” che sostengono a spalla le “andas” (quelle che noi chiamiamo “sdanghe”).
La Madonna del Carmine di Siviglia

 La differenza con le nostre “sdanghe” è data dal numero e dalla posizione; per le nostre statue sono due “sdanghe” e corrono longitudinalmente alla base, mentre le “andas” sono più numerose e sono poste trasversalmente alle grande base. Ogni “costaleros” poggia l’andas dietro il collo e sulla spalla, per proteggersi la parte del collo e della spalla su cui poggia il legno indossa un cappuccio cilindrico calzato in testa, arrotolato alla base per fare spessore e tenuto dietro il collo. 

Per ogni “andas” ci sono fino a 6-8 “costaleros” affiancati e in totale per portare un gruppo scenico pesante ci possono essere anche 36-48 costaleros. Contrariamente ai nostri portatori i “costaleros” si trovano sotto la base e non si vedono, si alternano frequentemente perché i pesi sono rilevanti. La conduzione e l’orientamento del gruppo statuario è regolata dal “capataz” che si trova all’esterno davanti al paso, che impartisce gli ordini a voce o con segnali cadenzati ottenuti mediante dei battenti in metallo posti sulla base. Considerando le storiche influenze spagnole, esiste anche nel nostro dialetto il termine “capataz” a cui è associato il significato di capo o caposquadra.

Questa scenografia in movimento e il corteo sono accompagnati dalla musica delle bande e dei tamburi che scandiscono le processioni, suonando marce molto belle dalla riconoscibilissima melodia spagnola andalusa.

Le processioni si susseguono durante tutta la settimana ma i giorni più intensi sono quelli di Giovedì, Venerdì e Sabato Santo.

Il Venerdì Santo, nella notte dopo il Giovedì alcune tra le confradias più illustri di Siviglia, tra cui la più antica El Silencio, sfilano con veri e propri capolavori dell’antica arte scultoria: le statue della Macarena (il giudizio di Pilato e la Madonna della Macarena), di Jesús del Gran Poder (Ecce Homo che porta la croce), della Esperanza de Triana (terza caduta di Gesù) e il Cristo de Los Gitanos (Gesù in cammino con la croce) attraversano un fiume di persone raccolte nelle strade, munite di ceri, croci e turiboli per bruciare l’incenso.
La preparazione dei Costaleros 


La sera del Venerdì Santo si conclude con la confradias della Hermandad del Cachorro, che porta in spalla il mistero dell’agonia di Cristo sulla croce. Nonostante il corteo di ogni congregazione parta dalla propria chiesa per seguire un percorso prestabilito, tutte devono comunque attraversare un tratto comune la “carrera official”, che inizia in Calle Campana e termina con l’arrivo alla Cattedrale, per poi rientrare alla Chiesa di provenienza, seguendo un itinerario differente da quello dell’andata. Il tutto in un’atmosfera resa ancora più solenne dall’accompagnamento delle “saetas”, motivi flamenchi che la gente canta dai balconi delle case, che scandiscono i riti e rendono omaggio alle immagini sacre.

Il Sabato Santo sono cinque le hermandades che marciano verso la Cattedrale per la benedizione delle immagini sacre. In tutte queste processioni il Cristo è raffigurato morto e la Vergine vestita a lutto. La musica scompare quasi totalmente: il silenzio e il lutto dominano tra strade e piazze al passaggio dei “pasos”. Spiccano le donne con i costumi tradizionali e le voci dei bambini che additano “la Canina”, ovvero “lo scheletro”, un paso realizzato nel XVII secolo che raffigura la morte, appartenente alla Confraternita del Santo Sepolcro (Santo Entierro).

Terminata la sfilata della Canina non ci si deve stupire che la gente s’infili ridente e gioiosa nei locali e nelle friggitorie per assaporare una buona “cerveza de barril” (birra in botte) o un “tinto de verano” (cocktail a base di vino) con “pescaito frito” (frittura di pesce), “pavias de bacalao” (merluzzo fritto), “atun encebollado” (stufato di tonno)”. Tutto ciò avviene nella certezza che ognuno ha che l’indomani ci sarà la Resurrezione.

Quello che rimarcava il mio interlocutore è che oltre alla parte religiosa comunque presente, la Semana Santa è, o è diventata nel tempo, sempre più la partecipazione ad una festa popolare nella quale si può assistere anche a danze, canti, spettacoli improvvisati e intrattenersi nei bar-rosticcerie che restano aperti tutta la notte.

La Domenica di Pasqua l’unica confraternita ad attraversare il profumo d’incenso della carrera oficial è l’Hermandad de la Resurreccion con i “pasos” del Cristo Risorto e della Madonna dell’Aurora, a chiusura della Semana Santa.

Dell’organizzazione dei riti della Semana Santa se ne occupa il Consiglio Generale delle Fratellanze e delle Confraternite, che si incarica di definire in ogni dettaglio le processioni con le autorità pubbliche. I membri del Consiglio sono eletti ogni quattro anni dai Confratelli Anziani delle distinte Fratellanze.
La Macarena 


Durante la visita al museo della Macarena ho potuto vedere come alcuni dei simboli portati in processione sono molto simili a quelli delle nostre processioni come: il labaro, il gonfalone, la croce, le mazze con i fregi in argento. Gli abiti sono ben curati e sono composti essenzialmente da un camice lungo con bottoni (simili a quelli delle nostre mozzette, sopra una mantella lunga (come quella dei cavalieri), con lo stemma della confraternita sul lato ed infine il grande cappuccio, dalla punta alta e tesa, che si allarga sulle spalle e continua anteriormente e posteriormente fino all’altezza del bacino. Nella processione ci sono anche personaggi vestiti da antichi romani muniti di lancia e scudo. Molto imponenti sono i “pasos” e stimando il peso dalle dimensioni, si comprende come sia necessario utilizzare molti portatori. Ricchissima è la collezione dei mantelli lavorati e ricamati in oro, utilizzati per vestire al Madonna, come anche i fanali in oro e argento, i candelabri e tutti gli altri paramenti sacri.

A conclusione della visita ho trovato conferme al mio pensiero, che sicuramente alle origini i Riti possano essere derivati dalla tradizione in uso nel 1700 ispirata a quella spagnola, ma nel tempo i nostri riti si siano completamente distaccati mantenendo predominante l’aspetto di fede, di preghiera e di devozione, che si perpetua nella tradizione, ma che guarda sempre alla Passione di Cristo come momento di rinascita dell’uomo verso la Vera Vita in Comunione con Lui.


FOTO GALLERIA PERSONALE UMBERTO DE ANGELIS 





domenica 9 novembre 2014

L'ottava dei morti

Salvatore Pace 

Come di consueto, come da Tradizione,

l'appuntamento è per le 7,45 al Caffè Italiano, di domenica, quando magari si può dormire qualche minuto in più, addirittura qualcuno di noi ha smontato dalla notte qualche minuto fa ma non si può mancare oggi è "l'ottava dei morti" .

Per noi tarantini, anzi, per noi cataldiani, per noi confratelli l'ottava dei morti è un Rito, una consuetudine consolidata una giornata da segnare in "rosso" sul calendario, sul nostro scadenzario personale verso la Settimana Santa.


Ci si incontra di mattina presto, dicevo, e alle 8 il primo squillo di tromba di "gravame" o di "tristezze" complice l'umido tipico del novembre tarantino mette un brivido addosso, fa venire la pelle d'oca, no ste nind da fa, la banda in strada è una sensazione tutta particolare.

I gonfaloni, i labari, gli stendardi delle associazioni e delle confraternite aprono il corteo, il mesto corteo, i "gruppi", quelli storici, quelli di sempre, scortano la banda,  ogni marcia fa aumentare desideri e propositi, si comincia a parlare di cene e riunioni, iniziano i chissà e i forse, qualcuno come gli allenatori di serie A inizia a sbilanciarsi parlando di obiettivi, certo anche qui c'è chi punta allo scudetto e chi ad un'onorevole salvezza ma la passione e lo spirito, beh, quelli sono uguali e comuni a tutti.

Una marcia particolare fa estraniare qualcuno dai discorsi, un pensiero per un nonno o una mamma che non c'e' più, un ricordo per Peppe Albano nostro che a Piazza Fontana comprava i fiori da sistemare sulle tombe dei suoi cari e la città vecchia, dove le marce hanno un sapore particolare, ce la lasciamo alle spalle.

La salita dei Tamburi è il calvario della nostra città martoriata dallo smog, in lontananza le ciminiere fumanti, nelle orecchie le musiche della passione e ci vorrebbe veramente poco a far convivere produzione e benessere in questa città, con alle nostre spalle i due mari, se solo si volesse.

Giunti a "San Brunone" ognuno ha una persona cara, un amico, un parente, un genitore a cui rendere omaggio...un fiore, un bacio alla foto, una lacrima per un papà appena scomparso e le marce assumono un sapore tutto particolare.
Ecco, anche questa ottava dei morti è finita, questo intermezzo tra l'estate e il Natale dove ascoltare marce funebri non è "peccato" è terminato, ora, come d'incanto, da domani,  la musica da sentire sarà gioiosa, le dolci nenie delle Pastorali ci accompagneranno per quasi due mesi facendoci scordare come per una magia, mille problemi, mille ansie e anche, perchè no,  la "Settimana Santa".

Un saluto a tutti voi fratelli miei e, uno per uno, un bacio per i vostri cari che non ci sono più.

DECOR

giovedì 6 novembre 2014

Continua la vergogna in città vecchia: crolla cornicione di Monteoliveto.

Antonello Battista 


Qualche giorno fa mi ero occupato in un articolo dello sblocco dei fondi per il restauro della chiesa di Monteoliveto in città vecchia, voluto dal nostro arcivescovo e sollecitato da lui stesso presso il Ministero dei Beni Culturali, esprimendo un parere positivo per la lodevole iniziativa di Mons. Santoro e polemizzando un po’sulle responsabilità mai assunte e sulle azioni di recupero mai iniziate di un bene storico di valore inestimabile come il centro storico della nostra città.

La mia vis polemica non può non essere di nuovo innescata, apprendendo nelle notizie di ieri dell’ennesimo crollo in città vecchia, dove un cornicione si è staccato da un fregio architettonico di una chiesa finendo su un’auto in sosta. Indovinate un po’il fregio di quale chiesa si è staccato? Ebbene sì proprio quello di Monteoliveto.


La prima mia reazione alla notizia è stata di sconforto perché non è possibile che i crolli in città vecchia siano all’ordine del giorno, mettendo a rischio oltretutto la pubblica incolumità. I miei sentimenti poi si sono trasformati in rabbia e vergogna, per una situazione che a mio parere non ha nulla di civile né di umano, perché sembra quasi diabolica nella perseveranza per l’ignavia e per lo scarico di responsabilità. È arrivato il momento di intervenire, chi ha la responsabilità della vigilanza e della conservazione di quei luoghi, deve agire e smetterla di portare avanti una pilatesca commedia di rimbalzo di responsabilità tra i vari enti territoriali. Il Comune in primis, la soprintendenza ai beni culturali, e non so più chi altro ente è coinvolto in questo scempio culturale, devono una volta per tutte attuare un piano serio di risanamento che a parole e buone intenzioni viene sciorinato in carte, scartoffie e piani d’intenti dagli anni ’70 ma che mai è stato realmente attuato.

Il nostro centro storico ci sta crollando tra le mani, la nostra storia sta per essere cancellata definitivamente dalla criminale indolenza degli uomini, la culla delle nostre tradizioni sta per sgretolarsi sotto le barbarie culturali di una città che sembra non avere memoria, che vuole sempre più piegarsi a logiche capitalistiche piuttosto che cercare il ventre della rinascita nella sua storia ed in ciò che i suoi avi hanno costruito e tramandato.

Da cataldiano convinto, da confratello del Carmine, da buon cristiano, non posso tacere dinnanzi a queste ingiustizie, il mondo e tutto quello che l’uomo ha costruito nei millenni e nei secoli, sono dono di Dio e non si può permettere che venga distrutto dall’incuria e dalla criminale inciviltà di alcune generazioni di uomini.


Il borgo antico è la mia terra natale, è l’ombelico della mia tarentinità, è la casa delle mie tradizioni e della mia religiosità, non so se potrò fare qualcosa fattivamente nella rinascita del borgo antico, dato che forse sono una piccola goccia nel mare, ma di certo non starò in silenzio di fronte a questa barbarie che si sta consumando nella mia città e spero che con questa mia riflessione possa far smuovere qualcosa nell’animo dei lettori affinchè tante piccole gocce come la mia possano diventare un’ Oceano.

mercoledì 5 novembre 2014

“Amerai il tuo prossimo come te stesso”

Umberto De Angelis
Domenica 26 Ottobre 2014, è trascorsa solo una settimana dal giuramento dei nuovi Officiali Minori e già giovedì 23 ottobre c’è stata la prima riunione del gruppo dei Maestri dei Novizi, nella quale ho potuto conoscere Peppe, Nadia e Pietro che già da tre anni hanno curato la formazione dei confratelli e delle consorelle, e Fabio nuovo arrivato come me.

Il tempo dell’incontro è volato. Abbiamo fatto un breve focus sul calendario degli incontri di formazione per i novizi, che questo anno inizierà il 13 Novembre con l’inaugurazione del corso e si concluderà con il Ritiro Spirituale il 21 Giugno 2015. Il primo traguardo per tutti i nuovi iscritti e allo stesso tempo la linea di partenza, per il loro nuovo impegno cristiano di confratelli e consorelle, sarà il giorno dell’aggregazione e la prima processione della Titolare il 16 Luglio del prossimo anno. Nonostante siano passati per me 40 anni da quel giorno, ricordo ancora molto bene il percorso di formazione, i preparativi, le aspettative e le emozioni. Subito dopo l’incontro siamo scesi tutti in Chiesa per l’adorazione a Gesù Morto.

Durante il momento di raccoglimento e di adorazione a Gesù Morto, pensando anche ai giovani che sarebbero diventati novizi, riflettevo su come un confratello o una consorella potesse vivere concretamente il suo impegno, nel segno della sua appartenenza e devozione alla Vergine del Carmelo, anche all’esterno della partecipazione alle celebrazioni ufficiali e ai momenti di comunione della Confraternita.

Il nostro Padre Spirituale, don Marco, ci ricorda sempre che le risposte le dobbiamo trovare nella Parola del Vangelo.

Non a caso, ho pensato in seguito, le parole del Vangelo di questa domenica sono state davvero la risposta alle mie riflessioni.

La pagina del Vangelo di Matteo, ci ha raccontato ancora una volta come i Farisei tentassero di mettere in difficoltà Gesù chiedendo del comandamento più importante della Legge. Così come nel Vangelo della scorsa domenica (“Dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”) Gesù risponde secondo la Legge: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente», ma dopo spiazzando sempre l’interlocutore aggiunge anche: «Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso» .

Per comprendere meglio queste parole è stato utile per me leggere le parole che il nostro Papa Francesco ha pronunciato nell’Angelus di questa domenica per spiegare la pagina del Vangelo di Matteo, che vi propongo:

“Il Vangelo di oggi ci ricorda che tutta la Legge divina si riassume nell’amore per Dio e per il prossimo. L’Evangelista Matteo racconta che alcuni farisei si accordarono per mettere alla prova Gesù (cfr 22,34-35). Uno di questi, un dottore della legge, gli rivolge questa domanda: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?» (v. 36). Gesù, citando il Libro del Deuteronomio, risponde: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento» (vv. 37-38). 

E avrebbe potuto fermarsi qui. Invece Gesù aggiunge qualcosa che non era stato richiesto dal dottore della legge. Dice infatti: «Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (v. 39). Anche questo secondo comandamento Gesù non lo inventa, ma lo riprende dal Libro del Levitico. La sua novità consiste proprio nel mettere insieme questi due comandamenti – l’amore per Dio e l’amore per il prossimo – rivelando che essi sono inseparabili e complementari, sono le due facce di una stessa medaglia. Non si può amare Dio senza amare il prossimo e non si può amare il prossimo senza amare Dio … 

In effetti, il segno visibile che il cristiano può mostrare per testimoniare al mondo e agli altri, alla sua famiglia l’amore di Dio è l’amore dei fratelli. Il comandamento dell’amore a Dio e al prossimo è il primo non perché sta in cima all’elenco dei comandamenti. Gesù non lo mette al vertice, ma al centro, perché è il cuore da cui tutto deve partire e a cui tutto deve ritornare e fare riferimento.
Già nell’Antico Testamento l’esigenza di essere santi, ad immagine di Dio che è santo, comprendeva anche il dovere di prendersi cura delle persone più deboli come lo straniero, l’orfano, la vedova (cfr Es 22,20-26). Gesù porta a compimento questa legge di alleanza, Lui che unisce in sé stesso, nella sua carne, la divinità e l’umanità, in un unico mistero d’amore.
Ormai, alla luce di questa parola di Gesù, l’amore è la misura della fede, e la fede è l’anima dell’amore.

Non possiamo più separare la vita religiosa, la vita di pietà dal servizio ai fratelli, a quei fratelli concreti che incontriamo. Non possiamo più dividere la preghiera, l’incontro con Dio nei Sacramenti, dall’ascolto dell’altro, dalla prossimità alla sua vita, specialmente alle sue ferite.

Ricordatevi questo: l’amore è la misura della fede. Quanto ami, tu? E ognuno si dà la risposta. Com’è la tua fede? La mia fede è come io amo. E la fede è l’anima dell’amore.

In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – ai legalismi di ieri e di oggi – Gesù opera uno squarcio che permette di scorgere due volti: il volto del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti: non sono precetti e formule; ci consegna due volti, anzi un solo volto, quello di Dio che si riflette in tanti volti, perché nel volto di ogni fratello, specialmente il più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. E dovremmo domandarci, quando incontriamo uno di questi fratelli, se siamo in grado di riconoscere in lui il volto di Dio: siamo capaci di questo?
In questo modo Gesù offre ad ogni uomo il criterio fondamentale su cui impostare la propria vita. Ma soprattutto Egli ci ha donato lo Spirito Santo, che ci permette di amare Dio e il prossimo come Lui, con cuore libero e generoso. Per intercessione di Maria, nostra Madre, apriamoci ad accogliere questo dono dell’amore, per camminare sempre in questa legge dei due volti, che sono un volto solo: la legge dell’amore”.

Ecco quindi ho trovato risposta alle mie riflessioni e ho compreso in fondo che anche come confratelli e consorelle, testimoniare al mondo e agli altri, alla nostra “famiglia confraternale” l’amore di Dio significa esprimere l’amore dei “fratelli” per il prossimo, inteso anche nel senso stretto come di coloro che ci sono vicino e hanno bisogno di noi. E’ necessario essere concreti nell’aiutare anche con parole di conforto chi è in difficoltà, sostenere anche con piccoli gesti, rendersi utili per risolvere i problemi di chi ha bisogno, impegnare parte del proprio tempo per una giusta causa.

Ognuno di noi per la sua esperienza quotidiana, per il suo lavoro, per il suo ambito di azione può coniugare meglio questo buon proposito di vita.



Con questi propositi auguro a tutti e in particolare ai nuovi iscritti, che si accingono a frequentare il corso di preparazione, il mio benvenuto, anche a nome del gruppo dei Maestri : “Decor Carmeli”.







martedì 4 novembre 2014

Confratelli del Carmine tra quotidianità e semplicità.


Mattia Giorno

È ormai risaputo tra i fedeli che il buon cristiano deve rispettare regole morali che disciplinano la sua vita e le sue azioni. Proprio così, nei gesti più semplici e quotidiani, siamo chiamati ad osservare e diffondere la volontà di Dio all’interno della nostra comunità.

Sono proprio le cose che a volte sembrano banali o scontate che in realtà marcano e sottolineano lo spirito dei credenti, rimandandoli così ad una più ampia missione, quella dell’evangelizzazione.

Oggi più che mai esiste la necessità di essere protagonisti dell’amore di Dio, di essere testimoni di fede e strumenti della Sua volontà, per garantire che il Suo amore raggiunga i posti più remoti e le persone più deboli.

In questo mondo, dove ormai in molti cedono alle tentazioni, è importante che tutti noi restiamo uniti nel nome di Gesù per avere in Lui la certezza che in ogni circostanza è possibile tornare ad essere buoni cristiani nel mistero che duemila anni fa lo vide crocifisso per noi.

Come dicevo prima è proprio nella quotidianità dei nostri gesti che mostriamo quanto sia forte e radicata la nostra fede, divenendo a tal punto testimoni vivi di carità e misericordia.

In occasione del pellegrinaggio diocesano al santuario di San Pio da Pietrelcina, il nostro amato Arcivescovo ha ricordato nella sua omelia come sia importante che il cristiano manifesti nelle sue singole azioni l’amore e la devozione che ha per Dio, divenendo conforto per i malati e sostegno per i deboli. Egli ha inoltre ricordato come nei gesti della fede dobbiamo essere in grado di diffondere il messaggio evangelico per creare una comunità di fratelli pronta al servizio degli uni verso gli altri.

Ispirandomi a queste parole vorrei ora aprire un riflessione su quello che noi confratelli del Carmine facciamo all’interno della nostra vita, non solo nel momento in cui indossiamo l’abito ma sempre.

Quella che per molti di noi è divenuta consuetudine in realtà cela in sé la bellezza di una tradizione che rimane nel tempo, creata per onorare la Vergine del Carmelo e per avvicinare la comunità alla preghiera. Ognuno di noi, dal momento in cui entra a far parte di questa splendida comunità, ha in sé uno scopo ben preciso, quello di mantenere in vita lo stile carmelitano in ogni singola azione.

Proprio in merito voglio ora mettere in luce la bellezza di ciò che noi confratelli facciamo. Tutto quanto riguarda la vita della nostra confraternita diventa per noi qualcosa che, seppur mantenendo in essere il seme della fede, può risultare come un copione in fase di rilettura. Ogni qual volta noi ci accingiamo ad indossare l’abito di rito ripetiamo gli stessi passaggi, come ogni qual volta ci prepariamo ad uscire in processione o a pregare dinanzi all’effige di Gesù Morto il giovedì sera. Lo stesso vale per la processione dei Sacri Misteri, dove costantemente ripetiamo gli stessi gesti, dal rito preparatorio alla soave nazzicata accompagnata dalle note musicali delle bande.

Se ci fermiamo un attimo a riflettere ci accorgiamo di come ogni anno ed in ognuno di questi momenti vi sia la ripetizione di qualcosa, qualcosa di splendido che serba in sé la bellezza della tradizione e dell’unione tra tutti i confratelli. Se poi andiamo oltre questo e pensiamo alle innumerevoli opere di carità, che tuttavia possono sempre crescere, alle opere di fede e di preghiera, notiamo come nel nome della nostra Vergine del Carmelo ci sia davvero tanto amore e devozione verso Dio e la sua Chiesa e come, ancora oggi, siano vive le ritualità che i nostri predecessori vollero creare e tramandare. Tutto questo però deve continuare ad essere al centro di una vera vita cristiana, dove mai dobbiamo stancarci di essere missionari e testimoni.


Pensando a ciò deve scaturire in noi una fervente voglia di servire sempre più la nostra famiglia carmelitana, per lasciarci ancora una volta toccare dalle candide e pure mani della nostra Mamma, chiedendo a Lei di continuare ad intercedere per noi presso Dio. Decor Carmeli fratelli, ora e sempre nella semplicità e nella spontaneità dei nostri gesti e delle nostre preghiere che non dobbiamo mai stancarci di ripetere e che dobbiamo insegnare, con lo stesso entusiasmo con cui gli apprendemmo, a chi verrà dopo di noi.



lunedì 3 novembre 2014

2 novembre: identità e memoria




La Confraternita ha ricordato anche quest’anno i propri defunti, con le celebrazioni presso le cappelle gentilizie al Cimitero San Brunone.

Il Padre Spirituale, mons. Marco Gerardo, ha celebrato la Santa Messa presso la cappella Monumentale e presso la cappella nuova. A entrambe le celebrazioni ha presenziato il Priore con altri componenti del Consiglio, oltre a due Confratelli in abito di rito, con il Labaro del Sodalizio. Moltissime le particole distribuite al momento della comunione agli altrettanti fedeli presenti, non solo parenti delle Consorelle e dei Confratelli tumulati nelle cappelle, ma anche tanti passanti che, soprattutto nella cappella Monumentale, hanno voluto fermarsi per la Messa: nella nostra Chiesa come al Cimitero, come in strada in occasione delle nostre processioni, le celebrazioni e le iniziative di culto della Confraternita rappresentano sempre un momento di missionarietà, rivolto non solo ad intra, agli iscritti e alle loro famiglie, ma anche e soprattutto ad extra, al popolo di Dio, agli “estranei”, ai curiosi, ai lontani.

Fra il termine della prima Messa e l’inizio della seconda, si è svolto l’ormai tradizionale pellegrinaggio alle sepolture dei Priori defunti. Iniziato dall’allora Priore Franco Zito, il “giro dei Priori” è divenuto ormai una consuetudine che ci rinsalda col nostro passato e ci conferma nella nostra identità cristiana e confraternale. Nell’omaggio ai Priori del passato, abbracciamo idealmente tutti i Confratelli e le Consorelle che ci hanno preceduto, tutti coloro che prima di noi hanno devotamente indossato il nostro abito e hanno zelato e perpetrato il culto alla Vergine sotto il titolo del Carmelo, tutti gli incappucciati scalzi che per oltre 300 anni hanno visitato e adorato il SS.mo Sacramento nei “Sepolcri” della nostra città, e che per 250 anni hanno retto sulle spalle, la notte del Venerdì Santo, i simboli e le immagini della Passione, tutte le donne, madri, figlie, sorelle, nonne che nel silenzio del focolare domestico, generazione dopo generazione, hanno santamente educato i più piccoli ai buoni valori cristiani, alla pietas, quella autentica, che ha resistito alle mode e alle tentazioni del tempo, quella pietas che per noi, e per tanti prima di noi, ha trovato espressione adulta nella libera scelta di appartenere a questa Confraternita, quella pietas che ha scavalcato i secoli per riproporre, in tutta la freschezza della sua novità, il messaggio cristiano, la bellezza della fede, la speranza che vince la morte. In definitiva – e dovremmo tenerlo ben a mente – per i cristiani, la commemorazione del 2 novembre non è altro che la celebrazione della vita.

La prima tappa del pellegrinaggio – una novità da quest’anno – è stata la cappella gentilizia della Confraternita dell’Addolorata: un omaggio floreale e un breve momento di raccoglimento e preghiera per i defunti di quella realtà confraternale alla quale, per evidenti ragioni storiche e antropologiche, per la comune identità mariana e per la comune devozione alla Passione del Signore, ci legano vincoli più stretti e, quindi, più impegnativi per tutti. Il giro è quindi proseguito rendendo omaggio alle sepolture dei Priori Cosimo Solito, Pietro Bianchi Caramia, Angelo Caminiti, Pietro Piangiolino e infine Nicola Caputo, tumulato nella nostra cappella nuova.



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