mercoledì 26 novembre 2014

Anastasia o Stefania?


Tratto da: Nicola Caputo, “Quel Natale fatto in casa” –Taranto 1988



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Anastasia – narra la leggenda – era desiderosa di recarsi, quella notte, alla grotta che tutti indicavano appena fuori le mura di Betlemme. Non era però consentito a lei, giovanissima, di vedere il Bambinello in quanto, secondo un’antica consuetudine locale, soltanto alle mamme era consentito il privilegio di far visita a un bambino appena nato..

Ma Anastasia non si perse d’animo. Stette lì a pensare e alla fine, quando anche la madre si incamminò con le altre donne del villaggio verso la grotta, si mise a cercare tra le vesti e la biancheria della mamma. Scelse un abito lungo, bianco, piuttosto logoro che indossò in fretta, allacciando e rannodando ora di qua ora di là, stringendo e infilando nastrini sfilacciati e consunti.

Era proprio goffa Anastasia in quell’abito enorme, ma la ragazza non ebbe il tempo di accorgersene. Si coprì la testa e le spalle con uno scialle scuro e fece per uscire. “Ma no…”, mormorò subito dopo, fermandosi sull’uscio.

Anastasia si era accorta che le mancava ancora qualcosa. certo, così conciata, avrebbe potuto ingannare molta gente che l’avrebbe sicuramente creduta una donna matura, una mamma insomma, ma non sarebbe stato meglio portarsi in braccio anche un bel bambino? Detto fatto. Anastasia aprì la porticina dell’orto, scomparve nel buio e ne tornò con una pietra bianca, leggermente affusolata, che provvide a fasciare con le vecchie “pezze” bianche scovate fra quelle della madre. Formò così un finto bambino e con quello “si incamminò, sola, sulla stessa strada che percorrevano le altre. Giunta al cospetto di Maria, Giuseppe e del Bambino Gesù, il suo pupazzo fasciato – oh, miracolo! – starnutì forte. “Benvenuto, Stefano delle pezze!” – esclamò allora Maria, compiaciuta della visita amorosa di Anastasia che, naturalmente, fu colpita da grande stupore per il miracolo avvenuto tra le sue braccia”. (A. Majorano)

La figura di Anastasia col bambino in braccio fu in seguito rappresentata in una statuetta di terracotta che però, nei presepi di una volta, veniva collocata soltanto il giorno dopo Natale. Queto perché – spiega il Majorano – il bambino che reca in braccio avvolto nelle fasce “passa per santo Stefano”, il primo martire cristiano che la Chiesa festeggia, appunto, il 26 dicembre.

Ma di Anastasia si racconta anche un’altra storia, nota soprattutto a Grottaglie. “Si racconta che Maria, rimasta sola, ebbe le doglie. Nessuno poté aiutarla anche perché Giuseppe era in giro per cercare il fuoco. L’unica a poterle fare compagnia era Anastasia, ma era senza braccia, essendo stata mutilata dai briganti. Maria soffriva tanto e, quando stava per partorire, Anastasia tentò, disperata di aiutarla. Fu tanta la sua forza d’amore che, ad un tratto, si vide rispuntare le braccia e le mani”. (F. Ladiana).

È per questo motivo che nelle figurazioni create dai pasturari di Grottaglie, spesso la stretta di Anastasia è rappresentata senza braccia.

Ma tra le due storielle appena narrate, se ne inserisce una terza che sta a dimostrare come sia inevitabile la confusione quando si ha a che fare con le leggende. E secondo quest’altra storiella non sarebbe stata la giovane Anastasia a portare il finto bambino alla grotta di Gesù, ma una certa Stefania, così come vuole una leggenda di Martina Franca.

“Durante il parto andarono a visitare Maria solo le donne sposate, perché alle signorine non era consentito per pudore presenziare. Tra queste c’era Stefania, rimasta zitella, con una gran volontà di ammirare Gesù. Studiò così uno stratagemma: prese una pietra e l’avvolse in uno scialle, dando l’impressione di essere anch’ella una mamma. Maria però se ne accorse e, commossa, esclamò: ‘Stefania dai il latte al tuo bambinello’. La zitella sollevò meravigliata lo scialle e al posto della pietra si ritrovò un bimbetto ricciolino, mentre dalla sua mammella uscivano alcune gocce di latte”. (F. Ladiana)

Non v’è traccia però, tra i pupi dei presepi tarantini, di questa Stefania mentre, come si è detto in precedenza, è presente Anastasia, con o senza braccia. È curioso tuttavia notare come entrambe le protagoniste di queste popolari storielle abbiano qualcosa in comune con Santo Stefano: Anastasia per il fatto che il bambino che porta in braccio “passa per santo Stefano”. Stefania invece perché il suo nome non è altro che la versione femminile di Stefano.

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martedì 25 novembre 2014

Santa Cecilia 2014: il buono che ancora c’è di questa città

Valeria Malknecht

Quando, sul finire di novembre, le note di Centofanti, di Bonelli e di Rizzola cedono il passo a quelle di “Lacerenza” e di “Ippolito”, allora è tempo di pastorali tarantine, è tempo di tirare fuori albero e presepi, è tempo di Santa Cecilia.

Anche se i più ostinati continueranno a commuoversi ascoltando le melodie struggenti di Mamma o di A Gravame, quando arriva il 22 novembre i tarantini tornano a desiderare di essere svegliati all’alba dalla Pastorale n. 1, di affacciarsi al balcone in pigiama ancora assonnati e di sentire già dal primo mattino l’inconfondibile odore di fritto delle pettole.

I tarantini tornano a desiderare di vivere il buono di questa città.


Perché c’è ancora la voglia di credere che Taranto, quella Taranto che non è solo fatta di morte, del lavoro che non c’è, di fuga di giovani, di tumori e di cronaca nera, esiste ancora.

La nostra identità “buona” vive ancora e ce lo ricordano anche le nostre tradizioni natalizie.

È nella cura che le donne ancora oggi dimostrano di avere per i propri cari quando, nella notte del 22 novembre, impastano e friggono le pettole.

È nel gusto inconfondibile di queste piccole frittelle, quando sono ancora calde con lo zucchero che “scrocchiola” fra i denti e che subito “fa natale”.

È nelle luci che ritroviamo per le strade, anche se un po’ più austere degli anni passati.

È nella “scusa” che questa ricorrenza ci offre per “staccare la spina” dalle preoccupazioni di tutti i giorni e vivere un bel momento insieme a familiari ed amici.

In un periodo come questo in cui le preoccupazioni per il difficile momento che sta attraversando il nostro Paese – e la nostra città - spengono ogni nostro entusiasmo di fare festa, o in cui l’avvicinarsi del Natale ci rende nostalgici nel ricordo magari di chi non è più qui con noi, è bello pensare che, nonostante tutto, le nostre tradizioni ci offrono l’occasione di vivere piccoli momenti di serenità.

C’è chi si ritrova con gli amici e con la propria famiglia, chi inizia a fare l’albero di natale e chi non vede l’ora di impastare le pettole perché, secondo me, cucinarle per i propri cari è una dimostrazione di affetto, un modo di prendersene cura, un modo di testimoniare la tradizione.

Personalmente le facevo anche quando vivevo ancora a Milano e friggevo chili e chili di pettole per gli amici, non solo del sud, ma anche del Nord.

Attraverso queste piccole frittelle, raccontavo loro cosa fosse per noi la festività di Santa Cecilia e quanto mi mancasse la mia città.
A tal proposito, per chi volesse cimentarsi, per cucinare le pettole non occorre essere Chef stellati.
Basta impastare 500 grammi di farina, con 350 ml circa di acqua tiepida, un cucchiaio scarso di sale, mezzo cucchiaino di zucchero e un cubetto di lievito.
Si impasta il tutto fino ad ottenere un composto liscio ed appiccicoso, si lascia lievitare fino a che il volume non triplica ed il gioco è fatto.
Il momento che mi piace di più è friggere la prima pettola. 
La mia tecnica è prendere un po’ di impasto con un cucchiaio e farlo scivolare con il dito nell’olio.
Anche questo significa vivere una tradizione e tramandarla.
Anche questo significa, per me, volere bene alle persone per cui le cucino.

Come i riti della settimana santa sono uno dei pochi legami che restano fra questa martoriata città ed i suoi figli, così anche le tradizioni natalizie sono segno di una identità cittadina, di quel buono che ancora c’è della nostra città e che vale la pena di tramandare ai nostri figli.

Ci ricordano che Taranto non è fatta solo di cronaca nera o di crisi economica.

Le nostre tradizioni ci ricordano che qualcosa di buono c’è ancora.



lunedì 24 novembre 2014

Benvenuto Natale

Luciachiara Palumbo

Sono le quattro del mattino e mentre dormo nel tepore del mio letto una figura appare sulla porta, la stessa immagine che per diciassette anni alla stessa ora e nello stesso giorno mi viene a chiamare "Amore la banda".

Mi alzo lentamente e inizio ad avvertire il freddo, così indosso la vestaglia e ancora nel dormiveglia mi avvicino alla finestra dello studio di papà. 

In passato ascoltavo le pastorali più comodamente, la mamma mi avvolgeva in una coperta e mi portava in braccio per abituare il mio orecchio al risveglio della città a suon di Natale. Ora al sol pensarci un brivido si diffonde e nasce spontanea una lacrimuccia di commozione per i tanti ricordi che affiorano nella mente.

Cosa ci riserverà questo Natale? Cosa ci porterà Gesù Bambino? Con tutte queste domande ritorno verso il mio lettuccio per dormire ancora qualche oretta. Alle sette il suono è più forte, in tutta la casa risuona il cd ad alto volume ed io con un sorriso corro nel soggiorno… Forse è l'unico giorno dell'anno in cui mi sveglio e vado a scuola con piacere. 

Alle elementari prima di entrare a scuola, papà mi comprava un sacchetto di pettole calde calde dal Bar Cristallo, ora sollecito i miei compagni a raccogliere soldi per farle arrivare in classe e festeggiare tutti insieme. 

Davanti alla porta di casa due buste molto grandi contengono decorazioni varie per la mia classe nella speranza che quei monelli dei miei amici le facciano arrivare integre fino a Natale. La mattinata trascorre velocemente e all'uscita, come ogni anno, si corre dalla nonna. 

La casa profuma di fritto e nella sala da pranzo il tavolo è già apparecchiato dalla zia con una bellissima tovaglia natalizia. Si odono le stesse urla provenire dalla cucina di chi non vuole che nessuno entri nel suo regno mentre si sta preparando il pranzo.

Approfitto allora per andare nel salotto e, scoperti quei fantastici tasti bianchi e neri, le mie dita iniziano a scorrere intonando diversi canti natalizi a partire dalla pastorale. Tutti riuniti attorno al tavolo gustiamo le uniche e buonissime pettole di nonna Lucia, sperando ancora di poterle gustare per anni e anni. Il solito chiacchiericcio sulla giornata scolastica, sui colori dell'albero di quest'anno, sullo spazio per il presepe non mi consentono di dimenticare di sollecitare i miei a tornare a casa…

Devo essere tarantina verace. Così mentre tutti riposano, nella mia bella stanzetta sistemo il mio presepe e mi sdraio sul letto osservando le lucine che illuminano i volti di Maria e Giuseppe. Le lamentele di mia madre che ritiene sia troppo presto faccio finta di non ascoltarle e la induco a illuminare i balconi. Papà e mamma su un balcone, io e mio fratello sull'altro accendiamo le luci… Ed è finalmente Natale…

domenica 23 novembre 2014

Alle macchine !

Claudio Capraro
Siamo esagerati noi cataldiani? Forse un pochino si, se pensiamo che da noi il Natale comincia molto in anticipo rispetto al resto del mondo, ma ormai da qualche anno a questa parte c’è chi ci ha superato ampiamente: i centri commerciali che non aspettano neanche che sia passato il due novembre, commemorazione dei defunti, e già hanno addobbato tutto lo spazio a disposizione con alberi, palle, luci, festoni, presepi bricolage, panettoni e torroni e poco importa se lo scirocco ti fa ancora sudare e Natale ti sembra tanto distante.


Comunque noi, le nostre famiglie, i tarantini veraci diamo il via al Natale molto prima di tutti gli altri. Si comincia di notte, anzi a dirla tutta si comincia già la sera prima, la sera del 21 novembre quando le mamme preparano sul tavolo tutto l’occorrente per la mattina successiva, quando assonnate avrebbero difficoltà a cercare negli stipi farina, lievito, olio, quindi le più previdenti “armano” la cucina con qualche ora di anticipo.

 Le tradizionaliste con la storica “frizzola” le più moderne con la friggitrice che magari fa meno puzza, ma i risultati sono tutti nettamente a favore delle prime. I papà preparano già il cd nel lettore in modo da farlo partire al primo colpo. I piccoli nei quali il “tarlo” ha già cominciato a scavare vanno a letto sperando di non dormire troppo profondamente in modo da poter sentire le note della banda…. E mentre tutti dormono, c’è chi si alza nel cuore della notte, si prepara e scende da casa per andare incontro alla banda.

 Tanto nel letto non riesci a dormire, quindi meglio uscire. La città è deserta, ti avvii verso il borgo da dove comincia il giro. Mandi un messaggio ai tuoi amici per sapere se stanno arrivando e con l’altra mano ti annodi meglio la sciarpa al collo. 

Il silenzio non è totale, il brusio lontano della grande industria attiva ad ogni ora, ti risuona nelle orecchie. Ogni tanto passa qualche auto e ti illumina con i suoi fari. Ad un certo punto ti sembra di sentire qualche nota; sarà vero o è fantasia? Acceleri il passo verso il posto concordato, il volume delle note aumenta, cerchi di intuire la melodia, si è Battista! Ecco il bagliore degli ottoni della banda, ci sono quasi, ecco la mole inconfondibile di Berardino, ecco gli altri amici, ecco è Natale.

E così cominci il giro, ad ascoltare le note melodiose delle Pastorali, spostandosi ora a piedi ora in auto da un punto all’altro della città. E proprio la frase “alle macchine!” scandita con tono perentorio dall’amministratore del complesso al termine del brano, sarà una delle costanti di questa notte.

“Alle macchine!” perché c’è da rispettare una tabella di marcia, “alle macchine!” perché bisogna accontentare tutti. Poi tra una marcia ed un'altra un caffè e soprattutto qualche pettola ti rifocillano e ti scaldano il cuore.

Tornato a casa l’ennesimo caffè e un bacio alla famiglia prima di correre in ufficio, nel frattempo i tuoi abiti si sono impregnati di fritto, ma tanto sarebbe inutile cambiarsi, oggi Santa Cecilia, il cataldiano lo riconosci così: dall’odore (non puzza!) di fritto.



giovedì 20 novembre 2014

Santa Cecilia, Vergine e Martire


G.S.

Fra le altre cose, i vescovi partecipanti al concilio Vaticano II si occuparono di sopprimere il culto e le relative memorie liturgiche, di un gran numero di martiri paleocristiani, la cui storicità, dopo più di 15 secoli di ininterrotta devozione, non era più ritenuta attendibile. Sopravvisse il culto e la memoria di santa Cecilia, pare, per espressa volontà del regnante Pontefice, Giovanni XXIII. Ma tali circostanze non sono confermate nella biografia ufficiale del Santo.

Di Santa Cecilia sappiamo pochissimo: dal testo anonimo di una Passio, apprendiamo che la Vergine Cecilia, di nobili origine romane, forse durante la persecuzione scatenata dall’imperatore Diocleziano (dal 303 al 311) fu sottoposta ad ogni genere di torture e vessazioni. Dopo tre vani tentativi fu decapitata con una spada. Sempre dalla medesima fonte apprendiamo anche che “mentre gli organi suonavano, ella cantava nel suo cuore soltanto per il Signore”. A questo passo si deve la singolare devozione che musicisti e cantanti tributano alla Martire romana, fin dalla fine del Medioevo.

Il titolo basilicale romano legato al suo nome è antichissimo, addirittura precedente il 313, anno dell’Editto di Costantino il Grande che riconosceva al Cristianesimo lo status di religio licita. Sappiamo che il corpo della vergine Cecilia era stato sepolto nelle catacombe di San Callisto, in un posto di tutto riguardo, vicino alla cosiddetta “Cripta dei Papi”. Ce ne informa la Legenda aurea, aggiungendo che papa Urbano I, dopo aver convertito Valeriano, marito di Cecilia, e dopo essere stato testimone del martirio di lei, avrebbe consacrato la casa familiare dei due trasformandola in una chiesa.
Il corpo di Cecilia rimase nelle catacombe di San Callisto fino a quando  papa Pasquale I (817-824) non lo fece traslare nella cripta della Basilica dedicata in Trastevere alla santa Martire, basilica in cui la festa si celebrava almeno dal 545. Il papa raccontò di aver ricevuto in sogno la visione della Santa che rivelava il luogo della sua sepoltura. Fu in quell'occasione che la chiesa paleocristiana fu ristrutturata nella attuale forma basilicale.
Nel XVI secolo il sarcofago fu dischiuso per una ricognizione ecclesiastica durante i lavori di ristrutturazione ordinati dal cardinale Paolo Sfondrati. Il corpo fu trovato miracolosamente incorrotto; si distinguevano addirittura le ferite sul collo! Il regnante pontefice Celemente VIII volle recarsi personalmente sul luogo del miracoloso ritrovamento. In quell'occasione lo scultore Stefano Maderna scolpì la statua di marmo nella singolare postura in cui il corpo fu rinvenuto: il capo riverso indietro e le mani rispettivamente con uno e con tre dita tese, ad indicare, secondo l’interpretazione popolare, il Dio Trino ed Unico 




Sentimenti di un Confratello distante !

Andrea Santoro 

Il 16 luglio del 2014 è stata una delle giornate più emozionanti della mia vita. L’insonnia notturna, l’ansia prima della cerimonia, l’emozione di indossare nell’oratorio, per la prima volta, l’abito di rito, l’imposizione dello Scapolare, la processione della sera in cui noi fratelli, tutti insieme, abbiamo accompagnato la nostra amata Mamma.

Nonostante, però, la stanchezza della prima processione volevo che quella giornata non finisse mai, non avrei voluto togliere il mio amato abito di rito. Ricordo la mia amarezza e tristezza quando, oramai al termine del cammino, ci siamo tutti radunati in Piazza Carmine per l’ultima preghiera e per consentire alla Vergine di rientrare a casa. Il motivo principale, però, per cui non volevo che quella giornata finisse era perché sapevo che a settembre sarei andato via da Taranto, allontanandomi, conseguentemente, dalla confraternita.

Essendo un ragazzo di 19 anni, anch’io sono arrivato all’ultimo anno di liceo e alla scelta universitaria, un momento della mia vita vissuto in maniera piuttosto difficile, dal momento che non volevo allontanarmi dalla mia famiglia, dai miei amici e dalla splendida realtà confraternale, che avevo scoperto proprio in quest’ultimo anno a Taranto. 

Tant’è che mi arrabbiavo con me stesso per averci impiegato fin troppo tempo a prendere questa decisione, pensando al fatto che non sarei stato presente alle adorazioni di Gesù Morto, non avrei assistito all’inizio del corso di noviziato, né tantomeno avrei potuto partecipare alle processioni, alle Viae Crucis le domeniche di Quaresima e a tutti gli eventi del calendario sociale. Al solo pensiero, m’intristivo e cadeva sopra di me una pesante malinconia. L’unico rimedio che riusciva a tirarmi su erano le nostre fantastiche marce funebri, che mi hanno anche accompagnato nel mio viaggio da Taranto a Piacenza.


I suoni forti di “A Gravame”, la troccola in “Tristezze”, i rintocchi di “Mamma”, i colpi di “Venerdì Santo” mi facevano compagnia, mi davano coraggio, m’infondevano sicurezza e fiducia e, cosa che ad alcuni sembrerà strana, mi facevano smettere di piangere.

 L’unica medicina per me erano le note struggenti delle marce che accompagnano il cammino dolente della nostra Mamma Addolorata e di Gesù, nostro Redentore, nella Settimana Santa, oltreché dei nostri confratelli. Mi aiutavano a pensare che non sarebbe stato male il cammino universitario e la vita del collegio, ma più di ogni altra cosa, che Maria e il suo misericordioso Figlio mi avrebbero accompagnato dall’alto, aiutato a fare amicizie, ad ambientarmi e a superare il trauma del distacco e la nostalgia.

Oggi, a distanza di 2 mesi dalla mia partenza, mi sono ambientato bene a Piacenza, ho conosciuto tanta gente fantastica che è riuscita a farmi sentire a casa e a passare la tristezza e la malinconia iniziali. Tuttavia, porto sempre nel cuore la mia confraternita, i miei compagni di viaggio del corso e le altre splendide persone che ho incontrato fra le “mura” della Chiesa del Carmine. Per sentirli sempre vicini ho portato con me l’Abitino della Vergine, che mi è stato dato all’inizio del corso di noviziato, mettendolo sopra il letto, insieme al Crocifisso. 

E a tutti quelli che, entrando in camera, mi chiedono cosa sia comincio a ruota libera a parlare della confraternita e dei Riti della Settimana Santa a Taranto, tanto che quasi tutti i miei amici sanno oramai cosa significhi posta, nazzecare o sdanghe. Faccio, inoltre, di tutto per non perdermi neanche un evento, una messa o una processione grazie all’ausilio di questi potenti mezzi tecnologici, per sentirmi in qualche modo lì presente in mezzo agli altri miei fratelli.


Quando, poi, un giorno leggendo un articolo su Nazzecanne avevo appreso, con grande gioia, che anche i confratelli risiedenti fuori da Taranto potevano contribuire, senza esitare un attimo, una volta finiti i primi esami, ho voluto assolutamente scrivere questo per sentire ancora una volta un legame con la mia famiglia e i miei fratelli di Scapolare, col pensiero rivolto a quando potrò indossare nuovamente l’abito ed essere operante nell’ambiente di cui, nonostante tutto, sento ancora fortissima nostalgia.

mercoledì 19 novembre 2014

Pettole e pastorali

Umberto De Angelis

Siamo giunti a Novembre, quasi a ridosso del giorno 22 - Santa Cecilia.

Fin da piccoli (confratelli in pectore) quel giorno ha assunto un significato particolare. Al mattino presto ancora sotto le coperte, ma svegli, eravamo tutti attenti a captare le prime note della banda che passava per le vie della città suonando le tradizionali pastorali e melodie natalizie.

Assumeva un fascino particolare alzarsi, infilare il maglione o il giaccone e affacciarsi alla finestra in attesa che la banda si fermasse sotto casa vedendo la gente ad attenderla.

Dopo aver suonato la “pastorale tarantina” i musicisti salutavano con il cappello in mano e dalle finestre attaccate alle “mollette” del bucato si lanciavano le “mille lire” dai balconi; alcune donne che si erano alzate davvero presto calavano, utilizzando il “cestino di vimini” attaccato alla corda, le “pettole calde” con lo zucchero, altre il caffè caldo nel “termos”.

Per chi non aveva avuto la possibilità di alzarsi presto o per chi non sapeva la “ricetta” per preparare le pettole, c’era sempre una vicina o una “zia” che distribuiva a tutti, specie ai bambini, le pettole “calde calde” da mangiare subito o da portare a scuola.
Con quel semplice rito iniziava il periodo di preparativi che avrebbe portato dopo solo un mese al Natale.

Per noi bimbi quel giorno, anche se si andava a scuola, era comunque una festa.
Si usciva di casa ancora con le dita unte d’olio, che “si era fatto tardi”, mentre gustavamo ancora una pettola con lo zucchero …

Nella mente risuonavano le note della pastorale eseguita della banda, le intonavamo con il classico “… pa-pa-rapapà, pa-pà, pa-pà …” o fischiettando lungo il percorso che portava a scuola, vestiti col grembiule (blù, nero o per le bimbe bianco), col fiocco azzurro (dello stesso nastro del nostro cappello di confratelli, che coincidenza!), col cappotto e con la cartella di cuoio sulle spalle.

Oggi molto è cambiato, ci sono meno bimbi in giro col grembiule; le cartelle sono state sostituite dagli zaini griffati; col vicino di casa magari ci salutiamo, a volte con un semplice buongiorno; le pettole se non riusciamo a farle in casa le compriamo dal panificio, dalla pasticceria o dal supermercato più vicino. 

Il “sapore” di quella tradizione però non è passato e il desiderio di mangiare la mattina presto del giorno di S. Cecilia la prima pettola calda è sempre forte, ne mangeremo ancora dell’Immacolata e nelle Feste di Natale, ma per tutti noi tarantini e per noi confratelli mangiare le pettole e ascoltare le pastorali nella festa di Santa Cecilia segna l’inizio del periodo di Avvento.






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