giovedì 26 febbraio 2015

San Gabriele dell'Addolorata

Luca Tegas

Nella giornata odierna, 27 febbraio, si ricorda San Gabriele dell’Addolorata, copatrono dell’Azione Cattolica e patrono della regione Abruzzo.

Il santo è oggi molto amato ed apprezzato tanto da rendere il luogo della sepoltura, nel Santuario di Isola, meta di pellegrinaggio per centinaia di migliaia di giovani. Ogni anno, a cento giorni dall’esame di maturità, migliaia di studenti da tutta Italia partecipano alla messa e pregano per il buon esito del proprio esame.

San Gabriele nacque ad Assisi nel marzo del 1838 con il nome di Francesco Possenti, undicesimo di tredici figli. Il padre era un personaggio importante e facoltoso che ebbe sempre a cuore l’educazione civile e religiosa dei propri figli.

La famiglia fu però ben presto colpita da un duro lutto: la morte della mamma Agnese a soli 38 anni. Francesco, che all’epoca aveva solo 4 anni, iniziò ad associare la figura materna a quella della Madonna. Quando recitava il rosario insieme al padre, il suo pensiero era rivolto alle sue due mamme e il piccolo iniziò a sviluppare una grande e tenera devozione verso la Vergine Maria.

Francesco crebbe con un carattere esuberante, molto socievole ed attento al proprio look. Recitò in qualche accademia e con buoni risultati, ma non disdegnava le letture di romanzi e la buona musica. Il tutto lo disegnava come un ragazzo destinato a grandi cose nella società dell’epoca, ma due eventi cambiarono la sua vita. A scuotere profondamente le sue convinzioni fu inizialmente la perdita, oltre che di due fratelli, della sorella maggiore Maria Luisa a cui era fortemente legato. Francesco iniziò a meditare l’abbandono della vita di società per dedicarsi a quella religiosa.

Ma è qualcosa di ancor più diretto a sconvolgergli la vita: il 22 agosto del 1856 a Spoleto, nell’ultimo giorno dell’ottava dell’Assunzione, si celebrava una grande processione. Quando Francesco incrociò lo sguardo della Madonna senti un fuoco dolcissimo divampare dentro e udì distintamente una voce: “Francesco che stai a fare nel mondo? Segui la tua vocazione”.

 

Francesco Possenti decise allora di entrare nel noviziato dei Passionisti, a Loreto, contro il parere del padre e di prendere il nome di Gabriele di Maria Addolorata. La vita religiosa non lo spaventò e si adattò ben presto ai ritmi e alle regole della Congregazione. Ma ben presto la sua salute iniziò a deteriorarsi, anche per via delle pesanti mortificazioni che lo stesso decise di infliggersi oltre alla rigida vita della comunità e soli 24 anni la tubercolosi polmonare lo condurrà alla morte.

Il processo di canonizzazione fu rapido per via della devozione che i conterranei avevano nei confronti del giovane e per il bisogno che la Chiesa Cattolica aveva in quel tempo di avere un modello giovanile di santità coraggiosa.

San Gabriele dell’Addolorata è ancor oggi un modello e una guida per molti giovani.



mercoledì 25 febbraio 2015

Il mio pellegrinaggio

Un bell'articolo dello scorso anno che val la pena riproporre 

Claudio Capraro


Un giovedì Santo differente da quello degli ultimi anni. In pellegrinaggio agli altari della Reposizione, ma con le scarpe ai piedi ed a volto scoperto.

Il mio personalissimo giro è cominciato da San Francesco di Paola, nel momento esatto in cui iniziava la celebrazione della Messa in Coena Domini. Subito, entrando ho potuto vedere l’allestimento dell’altare: un grande faro con al centro il Santissimo e dal quale faro si irradiavano raggi. Un faro verso il quale volgere lo sguardo e da non perdere mai di vista; che ci indica sempre la strada verso la salvezza, una luce amica per chi va per mare o per terra, anche oggi nell’era della navigazione strumentale e una luce amica nella nostra esistenza.

Era ancora presto e al termine della funzione, i pellegrini a piedi nudi li ho potuti incontrare solo a metà di via Di Palma e guardando i loro camici svolazzanti al vento, le loro mani che serravano i bordoni, i medaglieri che sbattevano sulle gambe ho rallentato il passo accanto alle poste che percorrevano la strada in senso contrario al mio. Mi sono mancati quei momenti, quello stare spalla a spalla con il mio compagno.

Proseguendo sono arrivato al Santuario del Santissimo Crocifisso, luogo fondamentale nella mia vita; qui la funzione era cominciata più tardi rispetto a San Francesco, e il Sepolcro era rappresentato da un’alta torre al centro della quale trovava posto il Santissimo Sacramento.

Dopo l’abbondante pioggia del mattino, il cielo si era aperto, ma il vento soffiava forte, lo si vedeva già da lontano guardando il tricolore a mezz’asta in segno di lutto sul castello aragonese, e per attraversare il ponte girevole bisognava coprirsi bene, ma una volta superate le colonne doriche ci si poteva riparare in via Duomo, dove dall’altare della chiesa di San Michele la Vergine Immacolata guardava e benediceva i suoi cittadini che Le transitavano davanti. E riecco loro, in fila indiana, diretti alla Cattedrale. Dai balconi, dai negozi, ogni cento metri o poco più, delle casse stereo inondavano la via Maggiore delle note delle marce funebri e loro, spalla contro spalla lì a nazzicarsi.



Al Duomo la messa dell’Arcivescovo era ancora in corso e ci si poteva attardare un po’. Il segnale che la funzione fosse terminata lo si è avuto quando incontro è arrivata la processione formata dai confratelli e le consorelle della Confraternita di Santa Maria di Costantinopoli sotto il titolo dei Santi Medici Cosma e Damiano. La troccola davanti a tutti e dopo i confratelli in mozzetta verde e le consorelle con l’abitino, il Santissimo condotto dal Sacerdote e protetto dall’ombrellino; dietro i fedeli.

La prima posta città vecchia ha potuto fare il suo ingresso in Cattedrale, mentre la folla che premeva sulla scalinata che porta al Cappellone veniva fatta aprire per poter far passare i pellegrini del Carmine. L’odore della cera delle candele, l’inteso profumo di fiori freschissimi e l’incenso da poco asperso, conferivamo come ogni anno una fragranza inconfondibile a quel luogo. Sull’altare il Santissimo in primo piano era ciò che gli occhi prima di ogni cosa potevano scorgere.

Uscito dal Duomo e proseguendo nel cammino, eccomi a San Domenico. Si stava facendo buio e sul ballatoio il vento soffiava freddo da mar grande. Qui l’altare della Reposizione, risaltava per il color rosso vermiglio dei velluti; al centro l’ostensorio ornato da una raggiera d’oro, le candele, i fiori ed i confratelli dell’Addolorata di picchetto. Alla destra, pronta per il pellegrinaggio alla ricerca del Suo Figlio, la Mamma Addolorata riceveva le preghiere dei fedeli.

Le poste del Carmine intanto salivano dalla scalinata a destra e scendevano da quella opposta, mentre i fedeli stavano già accaparrandosi i posti migliori sul pendio. Giù fino a piazza Fontana, dove ho potuto accorgermi che fino a quel punto non avevo incontrato bancarelle varie: di carne, di bevande o di altro. E con passo più lento che rispetto a quando ero partito da via Regina Elena, eccomi arrivato a San Giuseppe: schiere di angeli in adorazione del Santissimo in una immagine classica. I banchi erano stati eliminati in modo che i perdoni ed i fedeli avessero maggiore spazio.

Terminato il giro in città vecchia e lasciando alle spalle le poste di confratelli, dopo essere passato a rendere visita alla casa natale di Sant’Egidio e aver riattraversato il ponte, eccomi a San Pasquale Baylon. Il sepolcro era stato allestito non sull’altare maggiore, ma a sinistra dello stesso; campeggiavano il bianco ed il gialle mentre due angeli adoravano l’ostensorio posto su delle nuvole.

In piazza Carmine, il vento soffiava forte attraverso via Massari. La banda suonava e in attesa delle poste dei due pellegrinaggi; le poste fisse erano in adorazione al Santissimo posto sulla più grande di tre colonne che componevano la scenografia. Una delle altre due colonne era quella alla quale è legato Gesù e che sarebbe uscita in processione il giorno successivo. Nei giorni passati più di qualche curioso si era chiesto dopo l’Ecce Homo e Cristo all’orto, se e quale statua sarebbe stata posta quest’anno nel sepolcro. Le domande avevano trovato una risposta.


Erano trascorse oltre sei ore da quando era cominciato il mio “pellegrinaggio” 2014. Potevo riprendere a ritroso la strada di casa per andare a riposarmi in attesa di ciò che mi aspettava il giorno successivo. Con le scarpe ai piedi e con un giaccone a ripararmi dal freddo, avevo comunque trascorso delle ore in compagnia dei miei fratelli. Osservandoli, sistemando loro ora lo scapolare, ora la mozzetta. Liberando la strada davanti a loro da qualche piccolo ostacolo che sotto i piedi nudi può diventare parecchio fastidioso. Sentendomi richiamare da qualche posta con il bordone fatto urtare per terra per un saluto ed un augurio.

martedì 24 febbraio 2015

Ecce Homo

Luciachiara Palumbo

Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e convocarono intorno a lui tutta la coorte. Spogliatolo, gli gettarono addosso un manto scarlatto e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi, mentre gli si inginocchiarono davanti, lo schernivano: ‘Salve, re dei Giudei!’ ".

A capo chino nell'ombra del portone si incammina lentamente verso l'uscita.

Ecco la seconda delle statue del Manzo, che arrivarono in treno nel 1901 giusto in tempo per essere portate in processione e che suscitarono tanta meraviglia e ammirazione nei confratelli e nei fedeli per la magnifica attenzione ai particolari. 

 Appare vergognarsi il Salvatore ma più che vergogna è la paura di essere giudicato, di essere schernito, di essere deriso.

Gli occhi volti a terra non mostrano rassegnazione, non mostrano sconfitta. Medita e serba tutto ciò che accade e quell'intima preghiera col Padre non cessa nonostante non cerchi più il suo volto glorioso nei cieli.

Nella piazza davanti agli occhi di tutti si ode "Ecco l'uomo". Ecco l'umanità del figlio di Dio in tutta la sua completezza. Ma in sé per sé anche questa presentazione è un insulto. Si tenta così di esaltare l'impossibilità di un essere divino che corpo umano. 

Un re uomo, un re guerriero, un re superbo, un re ambizioso, il Re dei giudei non Cristo, non un re buono o il re dell'universo. 

Quel manto rosso che poco ricopre la sua nudità, quello scettro umile creato con una canna e quella regale corona di spine… Ecco l'uomo… Lo sguardo in basso allora che valore ha? Il bel Gesù lo sa, il mondo non sta comprendendo… "O Padre perdonali perché non sanno quello che fanno"

lunedì 23 febbraio 2015

Breve cronaca della prima via crucis .

Luca Tegas

Prima domenica di quaresima. Prima Via Crucis. Prima adorazione della croce per i confratelli del Carmine.

Da qualche giorno è ormai quaresima. È iniziata ufficialmente l’attesa. Quell’attesa che durante l’anno, nei momenti più inaspettati, illumina i nostri pensieri. Quell’attesa che durante la quaresima scandisce le nostre giornate, le nostre preghiere, le nostre speranze.


Domenica 22 febbraio nella Chiesa del Carmine si é iniziato a respirare aria di “Settimana Santa”.

Subito dopo la celebrazione eucaristica delle 17:30 ha avuto inizio la prima solenne Via Crucis del 2015. Uno dei momenti più sentiti ed attesi del cammino penitenziale quaresimale, un’occasione di preghiera e di riflessione interiore per tutti i fedeli.

Tre confratelli in abito di rito, Ruggero Calabrese che ha sorretto il Crocifisso, Salvatore Foti e Carmine Cianci hanno ripercorso le 14 stazioni che caratterizzano la Passione di Gesù, dalla condanna a morte, passando per le tre cadute, fino ad arrivare alla deposizione del sepolcro. Le letture del confratello Antonio Russo e della consorella Alessandra D’Arcangelo hanno poi scandito il passaggio da una stazione all’altra.

Ogni stazione é stata, inoltre, accompagnata dai canti, eseguiti in maniera magistrale e suggestiva, dal coro della nostra chiesa e dalle note dell’organo.


Al termine della Via Crucis, nel rispetto di una tradizione che si sta consolidando negli anni, dopo aver chiuso il portone della chiesa, i confratelli hanno dato vita al rito dell’Adorazione della Croce.

Le coppie di “perdune”, spoglie dell’abito di rito, con la corona di spine in testa e il bordone, hanno percorso la navata centrale della chiesa inginocchiandosi due volte lungo il cammino fino a giungere al crocifisso posto sotto l’altare dove, i confratelli, dopo essersi genuflessi una terza volta, hanno baciato il Cristo crocifisso.

Inutile negarlo: la prima nazzicata era attesa da tutti e poter nazzicare tra quelle mura tanto care, al riparo dagli occhi di chi a volte oltre che a giudicare, disprezza, è sempre un’emozione nuova e unica. É ancor più emozionate compiere il rito sotto gli occhi materni della Vergine Addolorata, bellissima sul suo altare, illuminata appena dalle luci delle candele.

FOTO PEPPE CARUCCI 

T'adoriamo....

Salvatore Pace

Ecco..ci siamo...

Dopo le emozioni della "Desolata", al termine delle coinvolgenti Stazioni della Via Crucis, arriva la prima Adorazione alla Croce.

Il cuore inizia a battere più forte, ognuno di noi sa che in Cappellina, riposte in uno scatolone che si risveglia dopo un anno di letargo, le corone sono pronte ad essere calzate, i cartoni alti e bianchi che contengono le "mazze" sono pronti ad essere aperti e l'organista, per la prima volta nell'anno, è pronto a far scorrere gli spartiti delle nostre marce funebri..insomma è Quaresima, è Sumana Sanda!

Iniziano a notarsi i gruppi storici, quelli meno anziani, le coppie di sempre e quelle più giovani si dispongono per la breve "nazzicata", le facce si fanno serie, lo sguardo viene rivolto alla Croce, imponente, maestosa che campeggia sull'Altare Maggiore.

Mentre si avanza al suono di "Cagnottisti", "Buzzacchino" o "Vella", una preghiera nel cuore di ognuno, una persona cara che soffre, un dolore appena subito ed ancora lancinante, un pensiero ad un angioletto che, da pochi giorni,  veglia dall'alto sul nostro percorso terreno, una preghiera di speranza per la prossima Settimana Santa - perchè no? - e si giunge lì, ai piedi della Croce in legno nero adagiata sull'altare.

Il bacio a quel legno sofferto, la genuflessione e la prima se n'ha sciut , quindi dopo la preghiera collettiva, purtroppo, per pochi intimi e la benedizione di Don Marco si torna a casa con l'odore dei riti addosso,

Qualche riflessione.......

..ieri tra mazze, corone, nazzecate e marce era veramente forte la mancanza di Peppe Albano, quella era "roba sua", e non vederlo scorrazzare tra Sagrestia, Cappellina e Chiesa faceva veramente strano.

Peppe, sono sicuro, ci guarda da lassù e ieri avrà guidato le mani e i cuori dei nuovi collaboratori che hanno organizzato la Prima di Quaresima.

Adesso un invito ai miei confratelli giovani o novizi, vedervi partecipare all'Adorazione tra le ultime poste addirittura a ridosso dell'Amministrazione non è un bel vedere per la Confraternita.

Ci sono regole non scritte e Tradizioni - maiuscolo voluto - che vanno rispettate a prescindere e allora ragazzi un pò di sacrificio e arrivate a prendere mazze e corone in tempo, lasciate che, come da sempre, le ultime poste siano composte almeno da un Confratello anziano, queste sono le cose belle dei Riti, arriverà il vostro tempo e sarà per voi, fonte di orgoglio, aver trascorso tanto tempo tra Scapolari e Mozzette tanto, anche, da poter uscire vicino al Consiglio per l'Adorazione alla Croce.

Buona Quaresima fratelli miei

giovedì 19 febbraio 2015

Adorazione nelle Solenni Quarant'ore


Antonino Russo 

Sono le sette e mezza del mattino, la città si è svegliata sotto una pioggia leggera. Raccolgo le ultime cose e raggiungo la Chiesa del Carmine.

Ad accogliermi c’è Nico Amandonico e dal viso un po’ stanco capisco che è lì da un bel pezzo: sta preparando alcune candele.

Salgo le scale tra le immagini antiche, ma sempre nuove, di perdùne e di simboli e di statue e raggiungo gli altri confratelli che si stanno preparando per l’adorazione.

Si parla di Settimana Santa, di percorsi della processione in questo 250° anniversario della donazione delle statue della Vergine e di Gesù morto da parte della famiglia Calò, si parla di attesa e si vive già l’attesa.

Con sorpresa trovo Claudio Capraro autore di pezzi molto interessanti sul Nazzecanne. Ci sistemiamo l’abito di Rito e spalla a spalla per la navata centrale raggiungiamo l’altare. Genuflessione e poi si è lì, di fronte al Santissimo Sacramento.

Dodici candelabri ai piedi dell’altare, come le tribù di Israele, sei a destra e sei a sinistra dell’Ostia Consacrata con decine di candele accese. Pezzi di cera che cadono interrompono il silenzio surreale che si è creato. Una preghiera è per Peppe Albano: non vederlo in questi momenti fa rumore nel cuore di chi lo ha conosciuto.

Un altro pensiero vola in Libia, alle minacce di chi dice di essere a “sud di Roma” e ai Santi Martiri di Otranto.

Sono diversi grani del Rosario recitati per mantenere il clima di preghiera perché a volte i pensieri rischiano di portarti altrove e anche Gesù nell’Eucarestia sembra dire: ancora una volta “non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?” (Mt 36-40)

Il tintinnio delle medaglie dei Confratelli che si alterneranno da lì a poco, è il suono che indica la fine di questo momento di adorazione.


E’ l’occasione per ripromettersi più momenti di fronte a Gesù, momenti di silenzio, momenti di spiritualità che rischiamo di perdere nella frenesia dei ritmi quotidiani.

mercoledì 18 febbraio 2015

Quarantore..preparazione alla Quaresima

Mattia Giorno 

“Tantum ergo sacramentum / veneremur cernui” (Un così gran Sacramento, dunque, adoriamo chinati)

Così, con queste parole, scritte su richiesta di Urbano IV, San Tommaso d’Aquino iniziava la chiusura dell’inno di venerazione Eucaristica, lo stesso che in questi giorni abbiamo cantato.

È ormai consuetudine, per le nostra comunità carmelitana, venerare il Santissimo Sacramento esposto in occasione delle Quarantore. Un gesto importante, oserei dire nobile, che ci prepara a vivere in spirito di raccoglimento e preghiera l’apertura del tempo quaresimale. Se poi pensiamo che proprio in questi giorni, nelle città di tutto il mondo, la gente è assorta nei pensieri di festa del carnevale, noi dovremmo sentirci fieri, da servi di Maria, di vivere invece queste quaranta ore in adorazione.

“Adorare”, dal latino “ad- orare”, nel senso di preghiera, è una parola che spesso usiamo nel nostro linguaggio comune, ma tra tutti i suoi significati e le sue traduzioni, ve ne sono due che a mio modo rispecchiano profondamente il senso di quello che noi ogni anno facciamo: “amare smisuratamente” e “baciare con la bocca”, inteso come senso di estrema adorazione e venerazione, richiamando una pratica antica e comune in Oriente.

Un rito, quello dell’adorazione, che risale probabilmente all’11 settembre 1226 quando, dopo la vittoria contro i Catari, re Luigi VII di Francia ordinò che il Sacramento fosse esposto. Una pratica antica, quindi, che da secoli il popolo cristiano celebra con immensa devozione, lasciandosi commuovere dal momento di profonda intimità dato dall’incontro con il Signore.

Ora, senza tracciare la storia completa delle Quarantore, che in sintesi richiamano il periodo di giacenza del corpo di Gesù nel sepolcro, ed ebbero inizio a Milano nel 1527, per poi essere per la prima volta proposte come “atto di riparazione” al carnevale nella città di Macerata, precisamente nel 1556; è importante che noi confratelli del Carmine, come da tradizione, ci prepariamo alla quaresima nel modo migliore, con la venerazione e l’adorazione. Se in effetti ci fermassimo a pensare un solo istante noteremmo come, l’adorazione del Santissimo Sacramento, non sia l’unico gesto di adorazione da noi effettuato durante l’anno ma, addirittura, sia il primo in attesa delle adorazioni della Croce che, nelle domeniche quaresimali, andremo a fare.

Quindi, nell’incontro con Dio, ci prepariamo a vivere un “calendario” intenso di fede, di preghiera e di pietà popolare, che non può essere vissuto al meglio se non con le quarantore.

È un invito per gli anni futuri, rivolto non solo ai confratelli ma all’intera città, è un ricordo di quello che è stato, è attesa per quello che sarà in questa quaresima.

Tutto ciò trova forza proprio nell’adorazione, perché è lì, in quell’ostensorio, che il Signore viene a vivere, viene ad incontrarci e darci forza.

Il silenzio, l’invocazione, le preghiere a Maria e Gesù Morto, che quest’anno saranno i veri protagonisti della nostra vita confraternale, sono stati di certo utili ad esaminare la nostra coscienza per prepararci al digiuno, all’astinenza ed alle adorazioni della Croce.

“Genitori genitoque / laus et jubilatio / salus, honor, virtus quoque / sit et benedictio. / Procedenti ab utroque / compar sit laudatio. / Amen.” (Al Padre e al Figlio lode e giubilo, salute, potenza, benedizione.A Colui che procede, pari gloria e onore sia).

Con queste parole ultime dell’inno “Pange Lingua” di San Tommaso d’Aquino, auguro a tutti voi una santa quaresima, sotto la protezione della nostra Mamma Addolorata
Copyright © 2014 Alessandro Della Queva prove